|
SCHEDE DI FILM DELLA STORIA DEL CINEMA (a cura dellassociazione
Oltre loccidente)
Martedì 29 aprile ore 21.00
Alba tragica di
M. Carné (Fra, 1939)
SCHEDA
TECNICA Tit.
or. Le Jour se lève Scenegg. J Viot Dialoghi e adattamento: J. Prevert Dir.
fot. C. Courant Mus. M. Jaubert Produzione Sigma
Durata 85'
CONTESTO In Europa, nel corso degli anni '20 l'avanguardia cinematografica
si andò esaurendo per una serie di ragioni che concernevano, al
tempo stesso, l'arte e l'estetica, l'ideologia e la politica, l'economia
ed il commercio.
A
parte qualche sporadico tentativo artigianale, l'avanguardia trasmise
al cinema commerciale il suo messaggio rivoluzionario nelle forme
e nei contenuti. Ma l'eredità dell'avanguardia passò anche, praticamente
inalterata la sua forza eversiva, nelle opere di alcuni autori che
in quel clima si erano formati e che più di altri avevano il senso
del "cinema", cioè credevano non soltanto nell'autonomia
del linguaggio cinematografico ma anche nella sua funzione sociale
e nella necessità, quindi, di rivolgersi ad un pubblico il più ampio
possibile. In primo luogo Renoir e Vigo, poi i fratelli Prevert
e Carné. Con questi autori il cinema francese degli anni '30 si
impone non soltanto in campo nazionale ed internazionale, per il
valore e l'interesse dei singoli film, ma anche all'interno di una
concezione del cinema che, attingendo ampiamente ai presupposti
dell'avanguardia, li rinnova nel vivo di una produzione cinematografica
che fa i conti quotidiani, con la realtà umana e sociale, con la
politica, con l'ideologia, sviluppando con impegno e coerenza un
discorso culturale che riflette chiaramente la complessità della
società francese di quegli anni.
BIOFILMOGRAFIA
Marcel Carné (1909 - 1996), dopo aver lavorato come assistente
di R.Clair e di J.Feyder, dirigerà nel '36 Jenny regina della
notte. Sarà tuttavia l'incontro con il poeta Jacques Prévert
che gli permetterà di affrontare il cinema con la sicurezza dell'autore
pronto a cimentarsi con temi congeniali. Dalla collaborazione fra
i due nasceranno alcuni capolavori, imperniati sul desolato pessimismo
indotto non solo dalla crisi incombente sull'Europa, ma anche dalla
ideologia diffusa nella letteratura popolare cui i due si ispirano.
Il primo caposaldo del team Prevert - Carné è Il porto delle
nebbie (1938), tragedia che travolge un disertore e una ragazza
orfana in una brumosa atmosfera segnata dal destino. Il secondo
è Alba Tragica (1939), storia di una vita anonima, di un
amore sbagliato e di un inevitabile suicidio. Il terzo, girato durante
l'occupazione nazista della Francia è Les enfants du Paradis
(Amanti perduti); anche qui un amore sbagliato, e perciò
più lacerante e alla fine impossibile fra un timido mimo e una donna
fatale. Quando Prevert si separa da Carné il ciclo è compiuto; il
regista non ritrova più il mordente. I film del dopoguerra possono
anche essere interessanti, ma sono lontani dalla sostanza di un
cinema accettabile: restano copie di copie.
ANALISI
Un banale edificio su una piazza della periferia parigina.
In una mansarda del sesto piano si sta per concludere un sordido
dramma: due uomini si battono, esplode un colpo d'arma da fuoco...L'uccisore
si barrica fino all'alba, e ricorda gli avvenimenti che hanno provocato
il suo gesto, mentre la polizia circonda la casa.
Alba
tragica è
stato considerato per molto tempo come il film centrale del "realismo
poetico" - una denomizione incerta per una serie di opere di
registi diversi, con forte impronta populista, che descrivono casi
di ingiustizia sociale o di fatalità psicologica. Apparso pochi
mesi prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale, divenne
una sorta di poetico suggello di un'epoca, emozionante manifesto
di una generazione che si apprestava a entrare nella fornace della
guerra: quei colpi di pistola, il trillo finale della sveglia, il
volto disperato di Gabin, quella folla operaia muta in attesa nella
notte si arricchivano di molteplici riverberi, si caricavano di
senso.
Sul
piano del linguaggio apparve poi come rivoluzionaria la struttura
della sceneggiatura e del film: il racconto iiniziava dalla preconclusione,
l'uccisione di Valentin, per poi procedere attraverso una serie
di ritorni all'indietro, effettuati con lentissime, musicali dissolvenze,
e infine concludersi all'alba nella desolazione della stanza. Stilisticamente
omogeneo, con pochi e calibrati movimenti di macchina, un ritmo
avvolgnte ed inesorabile come la storia del protagonista, Alba Tragica
è un'opera di intense, quasi palpabili atmosfere, nata dal concorso
di talenti che in quell'occasione sembrarono dare il meglio di sé
(basti ricordare la straordinaria colonna musicale di Maurice Jaubert
e la scenografia creata dal genio di Alexandre Trauner).
Venerdì
27 h.17.00
Come vinsi la guerra di B. Keaton (USA 1923)
SCHEDA TECNICA: Tit.
or. The general Scenegg. C. Bruckman, Dir.fot. B. Haines, G.
Jennings Montaggio J. S. Kell, H. Barnes Prod. UA
Durata originale: 84'
CONTESTO: Il cinema comico si sviluppò e si approfondì attorno
a personaggi emblematici che rappresentavano le varie facce di un'umanità
colta nei suoi lati grotteschi, buffi, ironici, satirici, o semplicemente
divertenti. La cinecamera doveva in primo luogo riprendere l'attore
nella sua azione comica senza interromperne la continuità e quindi
il ritmo narrativo doveva essere più lento e la rappresentazione
quasi statica. Se la vis comica si esplicava soprattutto all'interno
delle singole scene , il montaggio aveva una funzione di raccordo,
sostanzialmente subalterna rispetto alla ripresa continua.
La straordinaria vitalità di questo genere, definito
slapstick comedy, trae origini da una amplificazione e una
intensificazione rese possibili dal nuovo mezzo di una serie di
effetti già codificati nel teatro, nel varietà, nel circo. Con lo
sviluppo di questo genere comico, il cinema amricano da una parte
resta fedele al cinema delle origini e dall'altra conquista lo spazio
urbano da cui prende le situazioni e gli oggetti, i ritmi necessari
alla costruzione dei suoi deliri comici.
Il periodo aureo del cinema comico ha termine con l'avvento
del sonoro, quando le nuove tecniche di ripresa, i nuovi moduli
e spressivi, le nuove strutture
dello spettacolo cinematografico avevano sovvertito i canoni
estetici del cinema muto.
BIOFILMOGRAFIA: Joseph Francis Keaton, in arte
Buster Keaton (1895-1966), dopo una infanzia trascorsa nel teatro
di varietà, tra il 1917 e il 1919 lavora nella rivista e nel cinema
come spalla di Roscoe "Fatty" Arbuckle in una serie di
comiche; lasciato Fatty, Keaton interpreta e dirigi alcuni short
comici di grande effetto tra cui The saphead e One week.
Il passaggio al lungometraggio si celebra con una parodia del griffittiano
Intolerance intitolata Three ages (L'amore attraverso i secoli)
(1923).
Da qui al 1927 Keaton realizza i suoi capolavori, in
cui la comicità immobile di "faccia di pietra" - la impassibilità
che contrappunta gli scontri con il mondo, la protervia del ricominciare
sempre d'accapo, il candido ottimismo del puro di cuore - prende
corpo magnificamente: Accidenti che ospitalità (1923), Il
navigatore (1924), Le sette probabilità (1925), Come
vinsi la guerra (1926). Nel 1928 realizza il suo ultimo capolavoro,
Il cameramen, avventure di un cinereporter e una scimmia piombati
in una catastrofica battaglia di strada. L'avvento del sonoro e
provate vicissitudini provocano la rapida decadenza di colui che
è stato un comico cinematografico nel senso pieno della parola attento
al linguaggio come nessun altro.
Analisi:
The
General,
opera sostenuta da un ritmo visivo sbalorditivo è un bell'esempio
di narrazione storica in chiave comica. Ispirato ad un episodio
autentico, Keaton vi raffigura il suo inespressivo personaggio,
che "non osserva neppure l'ampiezza degli sconvolgimenti che
lo minacciano e sembra esorcizzare la mostruosità universale, grazie
alla sua impossibilità" (Sadoul), portando a compimento la
sua tendenza apocalittica ma in maniera diversa da quanto aveva
.proposto finore: esaspera lo scontro tra la logica altra del suo
eroe e la logica del mondo e della storia come racconti inconprensibili,
ma al contempo, nel tema della fusione tra uomo e locomotiva e nel
motivo del nomadico viaggio del treno nei grandi spazi, sembra additare
per la prima volta una speranza di riconciliazione uomo-natura,
una speranza tipicamente americana, fuori dalle regole della storia
e della società.
Si può individuare nella "struttura del capovolgimento"
il comune denominatore di gag diverse; ciò avviene in Keaton per
accostamento di diverse inquadrature che ci portano a scoprire un
senso completamente diverso da quello che avevamo colto inizialmente.
Du Pasquier in uno studio semiotico sulla struttura dei gag di Keaton
mostra come essi si basino sulla successione di due diverse funzioni:
ad una prima unità di significato definita normativa si contrappone
una seconda definita perturbante; quest'ultima polverizza
il senso della prima senza contraddire la situazione ma esplicitandone
il senso diverso da quello apparente.
Sabato
28 febbraio h 21.30
I sette samurai (Giappone,1954)
di
Akira Kurosawa
SCHEDA
TECNICA:
Tit or. Shichinin no samurai Scenegg.
S.Hashimoto, H.Oguni, A.Kurosawa Dir.fot. A.
Nakai Scen. S. Matsuyama Prod. Toho Durata originale
200
CONTESTO:
Fu
nel 1951, alla Mostra Internazionale dArte Cinematografica
di Venezia, che il pubblico e la critica occidentali scoprirono
il cinema giapponese. Il Leone doro attribuito, in quelloccasione,
al film Rashomon (1950) di A.Kurosawa, segnò in effetti linizio
di quella diffusione in Europa e negli Stati Uniti di una cinematografia
che per diversi motivi era stat esclusa, tranne rarissime eccezioni,
dal mercato cinematografico internazionale e quindi sostanzialmente
sconosciuto in occidente.
Le
due principali tendenze del cinema giapponese, nellambito
di un cinema drammatico e spettacolare, sono il Jidaigeki,
ovvero il film in costume, e il gendaigeki, ovvero film contemporaneo.
Non si tratta solo di due generi, ma proprio di due drammaturgie
con leggi proprie. E se il gendaigeki per il suo legame con
lattualità, risente maggiormente delle forme del cinema occidentale,
di quel realismo che in larga misura ha sorretto la produzione cinematografica
europea e soprattutto americana, il Jidaigeki ha ripreso,
aggiornandola, la tradizione letteraria e teatrale autoctona, elaborando
una serie di schemi narrativi e spettacolari che si sono trasmessi,
con poche varianti, di film in film.
Della
vecchia guardia i due nomi più prestigiosi sono quelli
di Kengji Mizoguchi (di cui il pubblico e la critica occidentali
conobbero dopo il 1951 due opere di straordinaria bellezza che lo
posero nei giudizi critici a un livello superiore a quello di Kurosawa:
La vita di O-Haru, donna galante - 1952 - e I racconti
della luna pallida dagosto - 1953) e Yasujiro Ozu (considerato
dai suoi compatrioti il più giapponese dei registi).
REGISTA:
Se
Mizoguchi e Ozu sono i rappresentanti più noti di una poesia dei
fatti quotidiani, di una analisi comportamentistica che coinvolge
vari gradi dellesistenza e i suoi problemi essenziali, A.Kurosawa
(1910 - ) è lautore
che meglio di altri ha trattato i conflitti umani e sociali in toni
fortemente violenti sul piano contenutistico e formale; di modo
che i suoi personaggi e le sue storie appaiono come i simboli di
un certo Giappone violento, aggressivo, persino misterioso, pur
denunciando egli quella violenza, aggressione, mistero, in uno stile
vigoroso che mette a fuoco, spesso in luce livida, gli elementi
caratteristici di una società basata sulla crudeltà dei rapporti
umani, la sopraffazione e lingiustizia.
Kurosawa
va considerato fra gli autori più significativi del cinema giapponese;
in un certo senso, la sua opera segna il passaggio da una produzione
ancora in gran parte influenzata dalla letteratura e dal teatro,
a una produzione più legata alla contemporaneità, non tanto intesa
come trattazione di temi e soggetti dattualità, quanto piuttosto
come interpretazione attuale della realtà nela sua complessa struttura
umana e sociale.
ANALISI:
Storia
di violenza e di morte ambientata in un piccolo villaggio di contadini
durante lepoca delle grandi guerre civili (XVI secolo).
I
sette samurai è
il film che fece di K. un maestro riconosciuto nel mondo. Durante
le riprese in un villaggio di montagna, travgliate per i capricci
del clima e dei produttori, si cominciò a chiamarlo Tenno
(imperatore) e ad apprezzarne la forza di carattere.
Nellepoca
in cui la vicenda è ambientata, il tardo 500, già si profilava
la decadenza della casta inflessibile e superba, e il ruolo del
samurai cominciava a degradarsi in quello del ronin cioè
del guerriero senza un padrone stabile e pronto a vendersi come
mercenario al miglior offerente. Senonché i contadini non hanno
da offrire che ospitalità e cibo: da qui la nobiltà dei pochi che
accettano, e anche il rilievo che assume nel racconto quel pugno
di riso riservato ai difensori armati (e al quale essi stessi a
turno rinunciano per soccorrere bambini e vecchi), mentre i contadini
si accontentano del miglio.
Scandito
da una musica trascinante il film ha landamento e il fascino
di un poema cavalleresco, e K. lo signoreggia con un dinamismo plastico,
un gusto dellaneddotica e una varietà di caratteri, che non
si ritroveranno più, almeno a tal grado di aerea magia, in nessuno
dei pur eccelsi spettacoli che ci regalerà in seguito.
Non meraviglia che questopera monumentale - un francese
lha definita lIliade e Guerra e pace del mondo
contadino - sia diventato il più grande successo del cinema
giapponese nel mondo e che abbia tanto impressionato i registi americani,
da Sturges (I magnifici 7) a Peckinpah (il rallenty de Il
mucchio selvaggio), da Coppola che se lo riproiettava mentre
girava Apocalypse Now a Lucas La prima volta che ho
visto I sette samurai sono stato sbalordito dalla straordinaria
energia che si sprigionava dallo schermo, fu per me uno choc culturale
indimenticabile.
Venerdì
27 marzo h 21.00
I
vitelloni (ITA,1953)
di
Federico Fellini
SCHEDA
TECNICA:
Scenegg. F.Fellini,
E.Flaiano Dir.fot. O.Martelli, L.Trasatti, C.Carlini Scen.
M.Chiari Prod. Peg Film Roma, Cité Film Parigi Durata
originale 104
CONTESTO:
Nel
1949 il governo italiano approva una legge che riattiva molti meccanismi
di incentivazione, premi, concessioni di credito e controllo dellimportazione.
Lentrata in vigore della legge produce effetti immediati sullindustria
cinematografica e, nel
giro di qualche mese, Cinecittà torna ad essere un enorme cantiere.
Lincremento richiede lapertura di bandi per il reclutamento
di nuove leve registiche: tra il 1950 e il 1951 esordiscono Antonioni,
Fellini, Lizzani, Emmer, ma anche lo scrittore Malaparte e gli attori
Fabrizi e E.De Filippo.
A
parte Fellini e Antonioni, che pur tra mille difficoltà, riescono
ad affermare e sviluppare la loro poetica individuale, per gli altri
il sistema si presenta come un percorso obbligato con possibilità
di prosecuzione solo a patto di rinunciare alla pretesa di affermare
la propria paternità sullopera
Lelemento
comune, in questa fase, ò quello della dissoluzione del corpo neorealista,
della sua dispersione in tutto il sistema dei generi e degli autori,
ma anche della trasmissione lunga di alcune sue caratteristiche
genetiche, della sedimentazione di elementi linguistici, prosodici
e sintattici e creazione di un humus necessario a qualsiasi nuova
esperienza nazionale e internazionale.
REGISTA:
Federico
Fellini (1920-1993), sin dalle prime opere esibisce una competenza
e una capacità di attingere alla miniera inesauribile delle forme
basse dello spettacolo popolare, dal varietà al circo, allesibizione
di piazza, allavanspettacolo, di ricomporne, con grande amore,
la memoria e linsieme di sensazioni. Questa, forse, è una
delle spiegazioni plausibili del suo successo: un autore così chiuso
in apparenza a ristudiare il suo io di fronte allo specchio cinematografico,
di fatto crea un fiume ininterrotto di immagini che risvegliano
fatti profondi e largamente diffusi nella memoria collettiva. È
uno dei rari registi di tutta la storia del cinema capace di costruire,
film dopo film, una vera cosmologia a partire da esperienze e realtà
circoscritte che si espandono e lievitano in maniera indefinita
e limitata.
Fellini
mescola la capacità di partecipazione come sceneggiatore al momento
più importante del neorealismo con lesigenza di usare la macchina
da presa in maniera radicalmente diversa, rifiutando qualsiasi pretesa
di obiettività. Ma il cordone ombelicale che lo lega alla cultura
del neorealismo viene reciso solo in parte e tutta la fase iniziale
della sua attività registica valorizza il senso dellesperienza
a contatto diretto con la realtà.
Una
caratteristica del suo primo cinema è il far coincidere memoria
autobiografica e memoria collettiva: seguendo movimenti oscillatori
la sua memoria si muove alternativamente lungo il tragitto Roma-Rimini
e dintorni.
ANALISI:
Ne
I vitelloni (1953), prima storia ambientata a Rimini, in
una realtà placentare perfettamente conosciuta, la struttura narrativa
subisce una scomposizione importante: la singola storia è frantumata
in cinque vicende dallo sviluppo contemporaneo. Ognuno dei cinque
amici insegue desideri diversi e si ritrova allo stesso punto di
partenza, agli stessi discorsi, agli stessi incontri, agli stessi
sogni frustrati.
Per
una sorta di pudore stilistico lautore cerca di mantenere
un atteggiamento di equidistanza nei confronti dei personaggi e
solo la voce dellio narrante ne segnala il coinvolgimento
affettivo.
Questo
mondo che Fellini ha abbandonato da tempo e si presenta ancora così
vicino nel ricordo, non ha subito sostanziali trasformazioni, è
tutto racchiuso in un perimetro compreso tra pochi spazi e luoghi
dincontro: la casa, il bar, la sala del biliardo, la spiaggia,
il cinema Fulgor. È una microrealtà destinata a dilatarsi e ad acquistare
in seguito dimensioni mitiche, a diventare una città che, grazie
al cinema, vivono dentro di noi.
La
struttura del racconto felliniano in genere non ha nulla di grandioso.
è la storia di una ricerca che spesso non approda a nulla, di una
serie di interrogativi lanciati come sonde nello spazio circostante.
Questa ricerca non è compensata da alcun premio, né i personaggi
si muovono in nome di valori o principi da difendere. Anzi, il capovolgimento
delle categorie morali, lelogio della pazzia, delle anime
semplici, unito al rifiuto della costruzione drammatica orientata
allo scioglimento di tutti i nodi, porta leroe a percorrere
un labirinto di situazioni esemplari, a imbattersi in una serie
di epifanie al cui termine si può aprire uno spiraglio o si prevede
una palingenesi.
Venerdì
25 ottobre h.21.00
Il
gabinetto del Dottor Caligari R.Wiene (Ger 1919)
SCHEDA
TECNICA: Tit or.Das kabinett des Doktor Caligari.
Scenegg. C.Mayer,H.Janowits,con contributi di F.Lang.Dir.fot.W.Homester.Scenog.H.Warm,W.Reimann,W.Röhring.
Prod. DECL
A(e.Pommer). Durata originale 78'.
CONTESTO
In Europa,
già a partire dalgli anni '10 e con maggior insistenza negli anni
'20, si sviluppa una complessa interazione tra cinema e avanguardie
artistico-letterarie. Nel cinema tedesco, dopo la prima guerra mondiale,
l'influsso dell'espressionismo pittorico, letterario e teatrale
determinò la fioritura di un gruppo di
film che hanno il loro capostipite in Il Dottor Caligari
di R.Wiene. Col termine calligarismo
si volle designare uno stile basato su scenografie e metodi
di recitazione di derivazione teatrale e pittorica al fine di rappresentare
una visione deformata di situazioni e ambienti in sintonia con i
soggetti che presentano personaggi decisamente patologici e vicende
fortemente emblematiche. Le caratteristiche in comune dell'espressionismo
sono: 1) Ambientazione in spazi unitari rigorosamente delimitati
2) Una particolare attenzione agli oggetti che, oltre ad assolvere
precise funzioni sul piano drammaturgico, assumono complesse valenze
simboliche 3) Una sistematica limitazione dell'uso delle didascalie,
nell'intento di arrivare ad un tipo di narrazione basata su elementi
puramente visivi e universalmente comprensibile.
Nosferatu
di Murnau, girato per gran parte in esterni reali, si colloca in
una posizione diversa rispetto alla linea inaugurata da Caligari;
la paura e l'orrore non derivano il loro effetto dalle scenografie
deformate, ma nascono da una forte drammatizzazione degli elementi
naturali.
BIOFILMOGRAFIA:
Robert Wiene (1880-1938) iniziò la sua carriera in teatro,
prima come attore e poi come regista. Entrò nell'ambiente del cinema
nel 1912 come sceneggiatore e nel 1914 debuttò alla regia. Nel 1919
realizzò l'opera che avrebbe inaugurato la stagione del cinema espressionista
Il gabinetto del Dottor Caligari. Il successo del film indusse
W. a proseguire nella stessa direzione. Ma nelle successive opere
- Genuine (1920), Delitto e castigo (1923) -
l'uso di scenografie e di costumi in stile espressionista
risultò artificioso. Abbandonate le deformazioni scenografiche,
il regista raggiunse un altro risultato di
notevole rilievo con Le mani dell'altro (1924):
il film, che deve il suo fascino a un originale trattamento dello
spazio, di grande efficacia drammatica, narra la storia di un pianista
cui vengono trapiantate le mani di un assassino. Dopo aver portato
sul grande schermo due lavori teatrali - Il cavaliere della rosa
(1926), L'altro (1930), suo primo film sonoro - si cimentò
con il cinema d'azione, realizzando Panico a Chicago (1931
) e Tifone (1933).
ANALISI: Un giovane racconta a un ascoltatore molto attento
la sua incredidibile vicenda, iniziata in un
luna-park. Tra le attrazioni, uno strano dottore esibisce
nella sua baracca un sonnambulo. Misteriose scomparse di persone
vengono segnalate in città. Jane, la ragazza del narratore, è rapita
nel mezzo della notte. Il dottore e il suo accolito dalla figura
di cadavere ambulante, sembrano essere i colpevoli. Sono dei folli
criminali? No, il giovane ha perduto la ragione, e tutta la satoria
è, FORSE, frutto della sua immaginazione...
Il gabinetto del Dottor Caligari deve il suo celeberrimo e inconfondibile stile all'apporto scenografico
di H.Warm, W.Reimann e W.Röhrig. All'incontro quindi tra materiali
fantastici (il racconto è vicino all'opera di E.T.Hoffmann) e l'impianto
visivo della grafica e della pittura espressionista si deve la novità
del film diretto da eWiene. Realizzata in maniera abbastanza
rudimentale (la macchina da presa è quasi sempre fissa) e priva
ancora del
forte e contrastato luminosismo del teatro reinhardtiano
(M.Reinhardt, regista teatrale tedesco che sperimentò l'utilizzo
delle luci in alternativa ai fondali scenici) quest'opera è un esempio
- limite dell'ipotesi di Warm secondo cui il cinema si sarebbe dovuto
trasformare in grafica. Sullo sfondo dei fondali (e delle luci)
dipinti, questa costruzione metafisica piega così un mondo di demoni
ai tratti sghembi, allungati e deformi della proposta espressionista.
Gli sceneggiatori, Mayer e Janowitz, intendevano stigmatizzare
sotto forma allegorica l'autoritarismo prussiano, pronto a dichiarare
anormale quanto gli si oppone. La storia originale narrava quindi
di orrori reali: W. volle trasformarla in un'allucinazione concepita
e narrata dal pazzo
Francis; per compiere questa trasformazione il soggetto originale
viene inquadrato in un racconto che presenta Francis come pazzo.
Secondo il saggista S.Kraucauer, Caligari sarebbe una premonizione
di Hitler, di cui preannuncia la sete di potere e la follia omicida.
Il settimo sigillo di
I. Bergman
CONTESTO: Se per certi aspetti
il cinema francese e quello italiano degli anni '60 dominarono in
larga misura il mercato europeo, altre produzioni, tanto nei Paesi
capitalistici quanto in quelli sovietici, si affermarono con opere
e autori che vanno
considerati tra i più significativi
e promettenti del cinema contemporaneo. Si tratta di una produzione
articolata che bene riflette, al tempo stesso, le esigenze personali
di registi insofferenti della tradizione, impegnati in una battaglia
per un cinema diverso, critico e provocatorio, e i caratteri delle
tradizioni culturali proprie di questa o quella nazione, alle quali
spesso questi autori si rifanno. Anche il rapporto con il pubblico
pare mutato, nella misura in cui lo spettacolo si presenta con caratteri
tali da richiedere un'effettiva partecipazione dello spettatore,
coinvolto no più emozionalmente, ma in primo luogo razionalmente,
nei contenuti e nelle forme della rappresentazione. I film il più
delle volte proposte di una nuova indagine del reale, osservazioni
personali su fatti e persone della realtà contemporanea che sono
prospettati in termini problematici, a volte ambigui, e sollecitano
la discussione, anche accesa e violenta. Nelle sue grandi linee,
questi fermenti di novità riflettono uno stadio di maturità del
cinema, e di una sua autoanalisi critica, in un periodo dominato
dalla televisione e dagli altri mezzi di comunicazione di massa,
consumati spesso nell'indifferenza morale e nella disattenzione
intellettuale.
IL REGISTA: Ingmar Bergman (1918),
figlio di un pastore luterano, vive un'infanzia di tensioni familiari.
Si laurea in lettere con una tesi su Stindberg, si dedica al teatro,
è cacciato di casa dal padre per la relazione con un'attrice. Le
esperienze teatrali si
intensificano, mentre anche il
cinema gli apre le porte, dapprima come sceneggiatore e poi come
regista. Di modesto peso gli inizi, frutto della consolidata tradizione
psicologistica del cinema svedese, B., con Sorrisi di una notte
d'estate (1955), si fece
notare dalla critica e dal pubblico
europeo, come uno degli autori più significativi del nuovo cinema
nordico; seguiranno tra gli altri: Il settimo sigillo (1956); Il
posto delle fragole (1956), ricapitolazione affannata d'una vita
inutile condotta con intenti talvolta sperimentali e talaltra delicatamente
descrittivi; Il volto (1958), variazione angosciosa e grottesca
sui problemi della identità, dell'amore e dell'illusione; La fontana
della vergine (1959), terribile racconto di misticismo e di fanatica
crudeltà in un Medioevo senza luce; Come uno specchio (1961), introduzione
tormentata, a tratti convulsa, di una sistematica riflessione sui
temi religiosi, che si svilupperà con agio maggiore e una lucidità
più ferma in Luci d'inverno (1962) e in Il silenzio (1963). Regista
ormai consacrato Bergman può approfondire i propri temi in libertà,
come ramente accade a un regista; mentre prosegue anche un'attività
teatrale, riprende il suo fondamentale discorso sull'identità e
sul conflitto tra l'essere e l'apparire, tra la sincerità e la menzogna,
in situazioni differenti, ma sempre drammatiche: Persona (1965),
L'ora del lupo (1966), La vergogna (1967), Passione (1968). Questa
fase della ricerca culmina nello splendido e sconvolgente Sussurri
e grida (1972), storia di quattro donne, tre sorelle una delle quali
sta morendo di cancro e una governante, in un fastoso interno che
i colori morbidi di Sven Nykvist assimilano abilmente allo strazio
della vicenda.
L'ANALISI: Il settimo sigillo,
grande affresco medievale, ispirato in pari tempo alle pitture delle
chiese del tempo e alle saghe popolari, è una sorta di "manifesto"
della poetica bergmaniana, fra amore e morte, speranza ed angoscia,
uomo e Dio; il film
inaugura la tematica religiosa
che sarà al centro di molti importanti film di B.. La storia del
cavaliere e del suo scudiero che attraversano un paese devastato
dalla peste, e quella parallela e complementare di una coppia di
attori girovaghi, sono i poli
opposti della morte (la partita
a scacchi del cavaliere con la Morte) e dell'amore (il rapporto
affettuoso fra il saltimbanco e la moglie), dell'angoscia e della
speranza, della ricerca di Dio e della gioia della vita. Fra questi
contrari, la cinecamera di B. indaga sulla natura dell'esistenza
umana in uno stile che a volte pare raggelarsi in forme pittoricamente
elaborate e drammaticamente inerti, ma più spesso vibra d'una straordinaria
intensità autenticamente tragica.
Il film consolidò la fama del regista ; ebbe al Festival
di Cannes del 1957 il Premio speciale della Giuria e nel 1958 ricevette
il Gran Premio dell'Accademia francese del cinema. In Italia, dove
fu proieyyato quattro anni dopo, ricevette il Nastro d'argento;
in Spagna, a Valladolid, il Labaro d'oro.
Intolerance
di D.W.Griffith
(USA,1916)
SCHEDA TECNICA: Tit.
or. Intolerance. Sott. : Love's struggle throughout the
ages (Lotta dell'amore attraverso i secoli. Scenegg. : D.W.Griffith.
Montaggio: D.W.Griffith. Dir Fot.: 'Billy' Bitzer,
Carl Brown. Scenogr.:
Franz Wortman. Durata originale: 210'.
CONTESTO: Storici
e teorici del cinema sono
più o meno concordi nel considerare l'età dei
pionieri (grosso
modo dal 1895 ai primi anni '10) come una fase di scoperta e definizione
di una tecnica riproduttiva utilizzata a fini spettacolari, piuttosto
che l'inizio di una nuova arte e di un nuovo linguaggio. Con la
frenetica attività di Griffith alla Biograph tra il 1908 e il 1912,
prenderanno forma quei procedimenti tecnici e di organizzazione
logico-narrativa delle inquadrature che ci permettono di parlare
di nascita del linguaggio cinematografico. L'opera di G. dimostrò
le possibilità che il cinema offriva: 1.sviluppare una narrazione
compiuta e di notevole complessità tematica ,al pari di un voluminoso
romanzo; 2. articolare la narrazione alternando le più grandiose
e spettacolari scene d'insieme alla registrazione di minimi dettagli
attraverso i primi piani e i 'mascherini a iride', con una
efficacia ed una immediatezza assolutamente nuovi. Naturalmente
a questi risultati il cinema arrivò non solo grazie a G.: furono
necessari, infatti, il lavoro, l'applicazione e la sperimentazione
di molti con l'acquisizione di svariati risultati parziali che,
diventati patrimonio comune, accelerarono la formazione e lo sviluppo
del nuovo linguaggio; ma è solo con G. che il cinema impara le regole
del racconto e stabilisce i fondamenti della sua sintassi narrativa.
BIOFILMOGRAFIA: David
Wark Griffith (1875-1948), autodidatta di provincia, attore di teatro
e poi di cinema, dal 1908 fu assunto alla Biograph come regista;
megalomane si imbarca in imprese folli. La prima si chiama 'Nascita
di una Nazione' (1915), storia di due famiglie amiche, divise
dalla guerra di secessione; un racconto convulso, incalzante nel
finale, reazionario e razzista senza mezzi termini. Il successo
è enorme, come sono enormi le reazioni negative e le censure. Con
i proventi del film G. escogita un'impresa ancora più temeraria:
'Intolerance' (1916). Con altri tre film variamenti interessanti,
di stile melodrammatico - 'Giglio infranto' (1919), 'Agonia
sui ghiacci' (1920), 'Le due orfanelle' (1921) - G. conclude
il suo periodo creativo e sopravvive di insuccesso in insuccesso
sino al 1931, quando si arrende dinanzi al 'sonoro'.
ANALISI: 'Intolerance'
si sviluppa su quattro episodi, introdotti dall'immagine che funge
da leit-motiv della madre che dondola la culla del suo bambino:
1.La madre e la legge - ambientato in epoca contemporanea;
2. La notte di San Bartolomeo -episodio della storia francese
(1572); 3. La passione di Cristo; 4.La caduta di
Babilonia (538 a.c). Queste storie lontanissime l'una dall'altra
sono accumunate dall'esplodere dell'intolleranza.
Il film secondo le intenzioni del regista voleva essere 'una
protesta contro ogni forma di ingiustizia e di dispotismo' - tentando
anche di rispondere agli attacchi ricevuti dopo il precedente film.
I quattro episodi, separati nel tempo e nello spazio, sono legati
da un montaggio parallelo e a contrasto; l'effetto unitario è prodotto
dalla coesione strutturale. Saltando da un'epoca all'altra e da
un luogo all'altro, moltiplica gli effetti da telescopio e i collegamenti
simbolici. Oltre che
per il montaggio ,l'originalità di Intolerance è grande anche per
i dettagli e per l'uso drammatico dello schermo di una varietà e
genialità raramente eguagliate. Nonostante le critiche mossegli,secondo
cui lo spettacolo faceva dimenticare l'assunto, Intolerance rappresenta
il culmine di tutta una esperienza e l'inizio di nuovi profondi
sviluppi nell'arte cinematografica, tanto da fa dire ad Ejzenstejn
: '[Griffith] è Dio padre, ha tutto creato, tutto inventato'.
La
corazzata Potemkin di S.Ejsentstejn
CONTESTO: I rapporti tra cinema e avanguardia in Russia consistono,
dopo il 1917, nell' attribuizione al nuovo mezzo espressivo di un
ruolo particolare nella realizzazione di un progetto rivoluzionario,
in termini politici ancor prima che estetici. Ciò che caratterizza
l' esperienza del cinema rivoluzionario russo è la convivenza di
due proggetti strettamente collegati. Da una parte, lo studio su
basi sperimentali, come si pretendeva di fare nel laboratorio di
Kulesov ;dall' altra il progetto rivoluzionario.
Secondo
lo spirito scientista del tempo, Kulesov e i suoi allievi studiavano
le leggi costitutive della
comunicazione filmica e gli elementi specifici del linguaggio
cinematografico .Nello stesso tempo in cui mettevano a punto una
sorta di grammatica della comunicazione visiva basata essenzialmente
sul montaggio,
i cineasti russi partecipavano a un movimento politico che credeva nella possibilità di liberare l' arte dalla condizione
di separatezza e di isolamento in cui la aveva collocata la cultura "borghese" e di farne
uno degli elementi propulsivi della costruzione di una nuova società.
In tale progetto venne attribuito un ruolo di primo piano al cinema
(Lenin affermò nel 1922: "per noi il cinema è la più importante
di tutte le arti"), in quanto mezzo capace non solo
di riflettere le modificazione
dell' esperienza percettiva introdotte dalla tecnica e dalle
mutate condizioni di vita della società industrializzata , ma di
riplasmare esso stesso in senso rivoluzionario le concezioni
di spazio e di tempo.
BIOFILMOGRAFIA:
Sergej Michailovic Ejsenstejn (1898-1948)
è considerato uno dei padri
del linguaggio e dell' arte cinematografica. E. vive le esperienze
del ragazzo borghese fino a a che non scoppia la rivoluzione (1917),
che lo vede combattente nell ' Armata
rossa e poi attivo nel teatro di avanguardia, persuaso che
alla trasformazione della società debba corrispondere la trasformazione
del linguaggio e della cultura. Elabora sulle scene quella teoria
del "montaggio delle attrazioni" ( l' arbitrarietà
degli elementi narrativi messa al servizio di un significato unitario
) che trasferirà nel cinema.
Esordisce
con Sciopero (1925), a 27 anni. Nel
1926
gira La corazzata Potemkin, considerato da diverse giurie
internazionali di cineasti e critici
come " il piu bel film del mondo". I successivi
Ottobre ( 1928 , rievocazione dei fatti
del '17 a Pietroburgo, e Il
vecchio e il nuovo (1929), lirico documentario sulla
vita che risorge nelle campagne grazie alla rivoluzione, suscitano
feroci critiche da parte del PCUS e inducono Stalin a intervenire
brutalmente; E. fu mandato all' estero, in "viaggio di istruzione";
in USA prende accordi
per un film sul Messico; ma dopo le riprese gli americani gli sottraggono
il materiale e gli
impediscono di montare il film che si sarebbe dovuto chiamare Que
viva Mexico! . Tornato in patria gira
Alessandro Nevskij (1938) e il dittico Ivan il
terribile e La ccongiura dei Boiardi, subito
sottoposti a censura. E. morirà bersagliato dal dissenso
e dal conformismo dominante.
ANALISI:
Il film è la ricostruzione
dell' ammutinamento sulla
Corazzata Potemkin nel 1905, che provocò una sanguinosa repressione
da parte del potere zarista contro gli abitanti di Odessa, solidali
con i marinai in lotta. L' opera si divide in
5 parti: 1)
Uomini e vermi; 2)
Il dramma sul ponte di poppa; 3) Il sangue grida vendetta; 4) La
scalinata di Odessa; 5) Il passaggio attraverso la squadra.
Lo
Stato sovietico intendeva
celebrare il ventennale della prima esperienza rivoluzionaria nella
Russia zarista. Dopo aver concepito un grande affresco in
6 episodi che tracciava la
storia dell' anno dalla
guerra russo-giapponese all' insurrezione armata di Mosca , E. decise
di fissare la sua attenzione
sul singolo episodio di Odessa che, nelle sue intenzioni,
avrebbe dovuto condensare
i tratti caratteristici della
crudeltà con la quale il
regime zarista schiacciava qualsiasi tentativo di protesta.
Ciascuna
delle inquadrature del Potemkin obbedisce
a precise leggi compositive: equilibrio, armonia oppure dinamismo
delle linee e dei volumi. E., contrariariamente alla prassi del
periodo, era solito inquadrare una scena da diversi punti di vista,
quasi per dare di un'immagine diverse dimensioni;
in questa insistenza, alcuni critici vedono un'influenza
diretta del cubismo, cioè il tentativo di rappresentare su un solo
piano - mediante scomposizione
- un oggetto nella totalità delle sue dimensioni.
Il
Potemkin è la massima espressione di applicazione del montaggio
a posteriori, cardine delle teorie e dell'opera di E.; secondo
il regista "Il montaggio è un'idea che nasce dallo scontro
di inquadrature indipendenti o addirittura oopste l'una all'altra";
per cui attraverso il montaggio non crea soltanto il movimento fisico,
ma anche il movimento delle idee. La potenza trascinante e angosciosa
della sequenza della scalinata è ottenuta invece con l'uso di quello
che lo stesso regista chiama montaggio ritmico: la tensione,
per accelerazione di tempi, è raggiunta accorciando progressivamente
la durata delle inquadrature, ma anche inserendo elementi di maggiore
intensità e con un tempo diverso. Quest'uso molteplice del montaggio,
definito come lo specifico filmico è per E. lo strumento di un cinema
di poesia.
Domenica
29 dicembre h.17.00
La febbre dell'oro di C.Chaplin (USA 1925)
SCHEDA TECNICA: Tit.
or. God rush. Scenegg. Charlie Chaplin Dir.fot. R. Totheroh
Prod. UA. Musica
e commento della versione sonorizzata (1952) Charlie Chaplin Durata originale : 72'
CONTESTO: Il cinema comico si sviluppò e si approfondì attorno
a personaggi emblematici che rappresentavano le varie facce di un'umanità
colta nei suoi lati grotteschi, buffi, ironici, satirici, o semplicemente
divertenti. La cinecamera doveva in primo luogo riprendere l'attore
nella sua azione comica senza interromperne la continuità e quindi
il ritmo narrativo doveva essere più lento e la rappresentazione
quasi statica. Se la vis comica si esplicava soprattutto all'interno
delle singole scene , il montaggio aveva una funzione di raccordo,
sostanzialmente subalterna rispetto alla ripresa continua.
La straordinaria vitalità di questo genere, definito
slapstick comedy, trae origini da una amplificazione e una
intensificazione rese possibili dal nuovo mezzo di una serie di
effetti già codificati nel teatro, nel varietà, nel circo. Con lo
sviluppo di questo genere comico, il cinema amricano da una parte
resta fedele al cinema delle origini e dall'altra conquista lo spazio
urbano da cui prende le situazioni e gli oggetti, i ritmi necessari
alla costruzione dei suoi deliri comici.
Il periodo aureo del cinema comico ha termine con l'avvento
del sonoro, quando le nuove tecniche di ripresa, i nuovi moduli
e spressivi, le nuove strutture
dello spettacolo cinematografico avevano sovvertito i canoni
estetici del cinema muto.
BIOFILMOGRAFIA: Charles Spencer Chaplin (1889-1977), figlio
di un comico alcolizzato e di una madre cantante di varietà, si
arrangia fin da piccolo sui palcoscenici accanto al fratello Sidney,
che gli procura un ingaggio con la compagnia di Karno, con la quale
compirà due tornees in USA. Qui lo nota Mark Sennet che gli apre
le porte della Keyston e così a poco a poco si forma il personaggio
del "tramp" (vagabondo).
Nel 1918 offre due esempi di acrobatica precisione
comica e di penetrante analisi sociale: Vita da cani e Charlot
soldato. Nel 1921, dopo aver fondato nel 1919 la United Artist,
affronta il lungometraggio con Il monello, quadro di vita
urbana di squallore e di buoni sentimenti che i ritmi perfetti della
comicità chapliniana fondono in un blocco compatto.
Gli anni '20 vedono la nascita di altri 4 capolavori:
La donna di Parigi, Il pellegrino, La febbre dell'oro e Il circo,
tappe di una evoluzione che abbina il gusto dissacratorio dell'umorismo
e il sentimentalismo vittoriano e perbenista in cui Chaplin si era
formato. Con Luci della città e Tempi moderni, l'Autore approfondisce
la sua polemica anarchica verso l'organizzazione sociale. Con Il
grande dittatore scende in campo con tutta l'energia provocatoria
che il suo sarcasmo antinazista gli suggerisce. Più indiretta ma
ancora più feroce è la polemica contenuta nella catena di delitti
compiuti da Monsieur Verdoux, il film in cui Chaplin sveste
definitivamente i panni del "tramp".
Chiude
la carriera con l'autobiografico Luci della ribalta, elegia
sulla vecchiaia, Un re a New York e La Contessa di Hong
Kong.
ANALISI:
Klondike 1898, durante la corsa all'oro, Charlot, cercatore solitario,
trova rifugio in una capanna isolata dove viene raggiunto dal grosso
Jim. La fame li attanaglia: chi dei due finirà per essere mangiato
dall'altro?...
La
febbre dell'oro è
una satira dei racconti favolosi sulle regioni del Nord, un'analisi
ironica dell'avidità umana, ed è anche un quadro delle sofferenze
umane e delle speranze frustrate. Chaplin ha voluto infondere nel
film qualcosa di più del semplice spirito comico; il film raggiunge
un alto livello patetico. Il suo umorismo che nasce dalle situazioni
tragiche ha una forza e un significato straordinario. Il personaggio
del film è il simbolo di tutti i lati gentili, buoni, pietosi, che
sono nel fondo della natura umana. Ma lo sfortunato cercatore d'oro
insegue i suoi sogni di bontà e di amore in mezzo a una folla di
avidi e frenetici avventurieri..Per quanto riguarda il personaggio
del vagabondo, Cremonini afferma che "lo Charlot scatenato
e aggressivo di opere precedenti, si accontenta di reagire per difendersi;
sogna, ma non si illude, né tenta di trasformare il sogno in realtà:
aspetta tutt'al più che ciò accada per qualche
capriccio del destino. Questo Charlot fatalista e quasi arrendevole
non si stupisce poi tanto che Georgia non lo raggiunga la notte
di Capodanno, la sua solitudine in fondo era quasi scontata; lotta
solo quando è in gioco
direttamente la sua vita". E' un volto quasi inedito del dispettoso
folletto, emerso qui a contraddire le caratteristiche salienti del
personaggio e il tono della comicità chapliniana.
Il film sottolinea, come tutta l'assidua attività nei corti
e mediometraggi precedenti, sia stata per Chaplin una fertile scuola
non solo di tecnica (i tempi della mimica, della recitazione, della
durata delle gags, dei movimenti, del montaggio sono tutti estremamente
dosati e armonici), ma soprattutto di espressione lirica e artistica.
In questo come in tutti i film di Chaplin il dramma è sempre sfiorato,
anche se risolto ogni volta con uno sberleffo. Chaplin nella sua
autobiografia precisa il suo rapporto con la comicità affermando
che "attraverso essa vediamo l'irrazionale in ciò che sembra
razionale; il folle in ciò che sembra sensato; l'insignificante
in ciò che sembra pieno d'importanza. Grazie all'umorismo siamo
meno schiacciati dalle vicissitudini della vita. Esso attiva il
nostro senso delle proporzioni
e ci insegna che in un eccesso di serietà si annida sempre
l'assurdo".
Venerdì
27 febbraio h 21.00
La finestra sul cortile (USA,1954)
di Alfred Hitchcock
SCHEDA
TECNICA: Tit or. Rear window Scenegg.
J.M.Hayes Dir.fot. R.Burks Scen. H.Pereira,
J.Mac Millan Johnson, S.Comer, R.Mayer Prod. Paramount
Durata originale 112
CONTESTO:
Il
cinema europeo e americano del dopoguerra fu in larga misura più
attento ai problemi
sociali e al dramma dell'uomo in determinati contesti socio-politici,
rispetto al corrispettivo cinema prebellico; ciò non significò,
ovviamente, come era accaduto in Italia, l'abbandono delle convenzioni
cinematografiche, il rifiuto dell'attore professionista, il bisogno
di girare fuori dei teatri di posa, ma semplicemente un maggior
approfondimento dei caratteri realistici della storia, un più esplicito
interesse da un lato per i casi individuali di forte incidenza sociale,
dall'altro per l'ambiente storicamente e socialmente determinato,
sullo sfondo del quale quei casi acquistavano un loro valore e significato.
Negli
USA questo maggiore impegno umano e sociale si manifestò in termini
alquanto espliciti nelle opere di alcuni giovani registi che esordirono
per lo più negli anni di guerra o nell'immediato dopoguerra; ma
non fu assente neppure in parecchi film che potremmo definire tradizionali,
persino nei western, in cui i problemi dell'individuo persero a
poco a poco quel carattere "astorico", quasi mitico, comune
a larga parte della produzione hollywoodiana, per acquistare una
dimensione più critica. Non va dimenticato il fatto che proprio
a Hollywood, negli anni bui del maccartismo e di quella che fu definita
la "caccia alle streghe", nacque e si sviluppò una opposizione
che raggruppò molti degli artisti più noti, attori, registi, soggettisti
ecc. Questa opposizione contribuì efficacemente a introdurre nel
conformismo culturale del cinema americano non pochi elementi di
"rottura", innovatori, anticonformisti.
Fra
tradizione e novità, il cinema americano si mosse in diverse direzioni,
e se mantenne in sostanza quel carattere "evasivo" che
gli era proprio, favorì o tollerò non poche iniziative che modificarono
anche radicalmente i modi di produzione e di fruizione del film.
Nuovi contenuti, nuove forme, coraggiosi tentativi di rinnovamento,
esperimenti intelligenti e rischiosi, in parte derivati dal cinema
europeo contemporaneo, posero le basi per una cinematografia che
sempre più rifletteva la complessità della società americana.
REGISTA:
Alfred
Hitchcock (1899-1980) riuscì a inserirsi perfettamente nel "sistema"
hollywoodiano, utilizzandone ampiamente tutte le possibilità, introducendo
negli schemi produttivi e nei canoni spettacolari, sostanzialmente
uniformi e ripetitivi, quella sua personale visione del mondo , venata di cattolicesimo e di una forte dose di scetticismo,
che si esprime in una poetica che ruota attorno al concetto di suspence.
Questa suspence è, in larga misura , sinonimo di "attesa",
con i risvolti della paura , del sospetto, dell'attenzione spasmodica
che questo termine può inglobare. H. costruisce i suoi film sulla
tensione drammatica che nasce dalle situazioni d'attesa, in cui
la sensazione che qualcosa di terribile debba accadere provoca nello
spettatore un'angoscia irrefrenabile. Si dirà che tutto questo armamentario
di effetti drammatici rimane al livello epidermico della commozione,
ma il discorso che spesso si svolge al di sotto, o al di sopra, dei fatti e delle attese è un discorso
che rimanda di continuo ai problemi umani e sociali, all'attualità
i quali sono visti e rappresentati attraverso il filtro della metafora,
e più ancora dietro il labile schermo dell'ambiguità.
Dietro
il mestiere eccellente c'è spesso un dramma esistenziale, un conflitto
di coscienza, un problema morale o politico, nonostante le dichiarazioni
contrarie dell'autore, come questa: Il messaggio o la morale
d'un film non mi interessano affatto. Sono, diciamo così, come un
pittore che dipinge fiori".
ANALISI:
Cosa
può trovare di meglio da fare un fotoreporter immobilizzato a casa
se non spiare i vicini ? E cosa può accadergli di peggio, non creduto,
che nella casa di fronte sia stato compiuto un delitto?...
Una
stanza, alcuni caseggiati al di là di un piccolo cortile- sempre
osservati da un unico punto di vista-, tre giorni e tre notti :
uno spazio e un tempo assai circoscritti per delineare tutto un
microcosmo. Senza mai dimenticare nemmeno per un attimo che, nonostante
l'impianto quasi " teatrale", quella che si sta realizzando
è un'opera squisitamente cinematografica. Non nuovo a esperienze
del genere, il regista ha
posto a se stesso e al mezzo cinematografico un'ulteriore sfida,
vincendola: nonostante i vincoli spazio-temporali in cui è costretta
lazione -anzi, proprio grazie ad essi- La finestra sul
cortile risulta uno dei film più avvincenti e divertenti del
regista inglese.
Un microcosmo, si diceva: la macchina da presa -attraverso
gli occhi del protagonista- esplora tutto un mondo di passioni e
soprattutto di affetti frustrati, aspirazioni fallite, vocazioni
artistiche costellate da difficoltà, incomprensioni, solitudini.
Eppure l'atmosfera non è cupa, al contrario, perché lo sguardo che
si posa sulle debolezze e le infelicità umane è pieno di compassione
e di affettuosa ironia.
Sabato
26 aprile h.21.30
La grande illusione di J. Renoir (Fra, 1937)
SCHEDA TECNICA: Scenegg.
C. Spaak e J.Renoir Dir. fot. C.Matras Mus.
J.Kosma Prod. Les
Realisations d'Art Cinematographique Durata originale 117'
CONTESTO
In Europa, nel corso degli anni '20 l'avanguardia cinematografica
si andò esaurendo per una serie di ragioni che concernevano, al
tempo stesso, l'arte e l'estetica, l'ideologia e la politica, l'economia
ed il commercio.
A
parte qualche sporadico tentativo artigianale, l'avanguardia trasmise
al cinema commerciale il suo messaggio rivoluzionario nelle forme
e nei contenuti. Ma l'eredità dell'avanguardia passò anche, praticamente
inalterata la sua forza eversiva, nelle opere di alcuni autori che
in quel clima si erano formati e che più di altri avevano il senso
del "cinema", cioè credevano non soltanto nell'autonomia
del linguaggio cinematografico ma anche nella sua funzione sociale
e nella necessità, quindi, di rivolgersi ad un pubblico il più ampio
possibile. In primo luogo Renoir e Vigo, poi i fratelli Prevert
e Carné. Con questi autori il cinema francese degli anni '30 si
impone non soltanto in campo nazionale ed internazionale, per il
valore e l'interesse dei singoli film, ma anche all'interno di una
concezione del cinema che, attingendo ampiamente ai presupposti
dell'avanguardia, li rinnova nel vivo di una produzione cinematografica
che fa i conti quotidiani, con la realtà umana e sociale, con la
politica, con l'ideologia, sviluppando con impegno e coerenza un
discorso culturale che riflette chiaramente la complessità della
società francese di quegli anni.
BIOFILMOGRAFIA:
Jean Renoir (1894 - 1979), figlio di Auguste Renoir, è una
delle glorie più autentiche del cinema francese. Sposa la giovanissima
vedova del padre, la modella Catherine Hessling, la dirige in alcuni
film che passano inosservati. Deve attendere il sonoro, e la collaborazione
con un attore bizzarro come Michelle Simon, per trovare un suo mondo
espressivo: prima con La chienne (1931), robusto dramma di
ambiente popolare, poi con la sarcastica commedia Boudu sauve
des eaux (1932). Oscillando fra molte tentazioni, insiste con
gli ambienti proletari per un dramma di immigrati italiani a Marsiglia
(Toni , 1934), in cui qualcuno ha visto preannunci di neorealismo,
per una formicolante rappresentazione della vita delle classi popolari
e, addirittura, per un film di propaganda comunista in occasione
del "front populaire" (La vie est a nous, 1936),
ma affronta anche un tema come l'antimiliatarismo, trattandolo con
un rispetto umano che gli permette di afferrare la verità dei sentimenti
perorando la causa della pace senza retorica, in un film tra i suoi
più luminosi: La grande illusione (1937). Due anni più tardi,
con La regola del gioco traccia un ritratto feroce di una
sociietà borghese analizzata da uno che si diverte a denunciare
le colpe dei suoi simili. La guerra portò Renoir negli studi hollywoodiani,
mettendo alla prova il suo spirito di indipendenza. Apparentemente
sempre più distaccato dalla società francese e osteggiato dalla
critica per aver voltato le spalle all'impegno e al realismo, Renoir
continuò a lavorare all'estero.
ANALISI:
1916 sul fronte tedesco: due ufficiali francesi, il capitano
di stato maggiore De Boielidieu e il tenente d'aviazione Marechal
si ritrovano prigioniri nello steso campo di prigionia in compagnia
di un insegnante, di ungegnere del catasto, di un attore e dell'ebreo
Rosenthal. Le differenze di clase vengono dimenticate e la vita
si organizza in modo non del tutto sgradevole, grazie alla tolleranza
dei carcerieri. Ma tutti continuano a sognare la libertà...
In
La grande illusione Renoir e il suo sceneggiatore Spaak si
ricordano che la loro generazione, la "classe del '14",
è stata duramente segnata dalla guerra, dalla prigionia, dalle differenze
di casta e di cultura. Essi cercano di esprimere la loro "profonda
fiducia nell'uguaglianza e nella fraternità" al di sopra delle
differenze sociali e delle lotte fratricide, e di dimostrare al
contempo che, "anche in tempo di guerra, i combattenti possono
rimanere degli uomini". Le frontiere sono un'assurda astrazione,
il nazionalismo una illusione; ma lo è anche la speranza di una
pace duratura. Quanto all'amore, esso non è che un breve momento
di sosta nella tormenta. Questa è per Renoir la "regola del
gioco" sociale ed individuale.
domenica
1 dicembre h.17.00
La
madre
di V. Pudovkin (URSS 1926)
SCHEDA
TECNICA: Tit or. Mat'. Scenegg. N: Zarkij dal romanzo omonimo di M. Gor'kij Dir.fot.
A. Golovnja Prod. Mezrabpo. Durata originale : 65'
.CONTESTO I rapporti tra cinema e avanguardia in Russia consistono, dopo
il 1917, nell' attribuizione al nuovo mezzo espressivo di un ruolo
particolare nella realizzazione di un progetto rivoluzionario,
in termini politici ancor prima che estetici. Ciò che caratterizza
l'esperienza del cinema rivoluzionario russo è la convivenza di
due proggetti strettamente collegati. Da una parte, lo studio su
basi sperimentali, come si pretendeva di fare nel laboratorio di
Kulesov; dall' altra il progetto rivoluzionario.
Secondo
lo spirito scientista del tempo, Kulesov e i suoi allievi studiavano
le leggi costitutive della
comunicazione filmica e gli elementi specifici del linguaggio
cinematografico. Nello stesso tempo in cui mettevano a punto una
sorta di grammatica della comunicazione visiva basata essenzialmente
sul montaggio,
i cineasti russi partecipavano a un movimento politico che credeva nella possibilità di liberare l' arte dalla condizione
di separatezza e di isolamento in cui la aveva collocata la cultura
"borghese" e di farne uno degli elementi propulsivi della
costruzione di una nuova società. In tale progetto venne attribuito
un ruolo di primo piano al cinema (Lenin affermò nel 1922: per
noi il cinema è la più importante di tutte le arti), in
quanto mezzo capace non solo di riflettere le modificazione
dell' esperienza percettiva introdotte dalla tecnica e dalle
mutate condizioni di vita della società industrializzata, ma di
riplasmare esso stesso in senso rivoluzionario le concezioni di
spazio e di tempo.
BIOFILMOGRAFIA: Vsevolod Ilarionovic Pudovkin
(1893-1953 ) , al ritorno
dalla guerra , si iscrive alla scuola di cinema, collabora
con L. Kulesov, dove apprende in concreto i rudimenti del linguaggio.
Dopo un paio di film trascurabili, si rivela regista di grandi qualità
tecniche con tre opere che si succedono senza interruzione nel corso
di un triennio: La madre (1926), La fine di San Pietroburgo (1927)
e Tempeste sull'Asia (1928); sono
storie in cui racconta la rivoluzione e la successiva guerra civile.
P.
rivolge lo sguardo non tanto alla struttura in trasformazione quanto
agli individui che ne sono protagonisti. Così tenterà di fare anche
in seguito , ma non sempre vi riuscirà, sia per la scelta di temi
artificiosi e schematici, sia per i vincoli insuperabili fissati
dal potere politico. La felicità espressiva dei primi film la ritroverà
con Il ritorno di Vassilj Bortnikov (1953), suo ultimo film.
ANALISI:
Nella città operaia di Sormovo, Vlassov è un fabbro incolto e ubriacone
che scende a patti con i rappresentanti dei padroni facendo il crumiro
e viene ucciso incidentalmente da un militante rivoluzionario, amico
di suo figlio Pavel. La vedova del fabbro, credendo di agire per
il meglio aiuta la polizia che cerca il colpevole. La donna comprende
il suo errore, aderisce al movimento rivoluzionario e si forma poco
a poco una coscienza di classe. Con il figlio che è evaso prende
la testa di una grande manifestazione di solidarietà proletaria:
verranno uccisi entrambi, ma il loro sacrificio non sarà stato vano,
e la bandiera rossa sventolerà un giorno sul Cremlino.
Al
di là delle straordinarie qualità della direzione degli attori,
P. si rivela anche un narratore eccezionale. La sua conoscenza delle
regole del montaggio è tanto profonda che egli sa sfruttarne le
potenzialità senza alcuna sottolineatura, senza richiedere allo
spettatore alcuno sforzo interpretativo. In questo ambito incontra
quasi naturalmente la tradizione: in primo luogo si riappropria
dell'intreccio accanto alla libertà del cinema di montaggio; quindi
rivaluta la sceneggiatura, l'elaborazione drammaturgica del film;
e naturalmente, inserendo personaggi psicologicamente sviluppati,
è costretto a ricorrere ad attori professionisti. Ne risulta un
connubio difficile, ma fecondo e originale. Inoltre il cinema di
P. si distingue , nell'elaborazione di un materiale analogo, da
quello di Ejzenstejn, per il rifiuto del film senza eroe.
Grazie
a questo film, il cinema Sovietico trovò una sua prima grande affermazione
di pubblico. All'estero "La madre" fu magnificato
dalla critica e contribuì, insieme a "La corazzata Potemkin",
a fare del cinema sovietico degli anni '20 un mito tuttora inossidabile.
La
passione di Giovanna d'Arco (Fra, 1928)
di
DREYER
SCHEDA TECNICA:
Tit or. La pasion de Jeanne d'Arc. Scenegg. C. Th. Dreyer,
da un libro di J. Delteil e dagli atti del processo. Dir.fot.
R.Maté Scen. H.Warm, J.Hugo Prod. Société Genéral de films. Durata
originale
110'.
CONTESTO:
Il clima entusiasmante dell'avanguardia, che percorse tutta l'arte
e la cultura europea degli anni '20, toccò anche direttamente l'opera
di un regista, che a prima vista, pare lontanissimo dalla sperimentazione
formale, tutta intanta ad approfondire un discorso sull'uomo nella
sua complessità spirituale e morale, alieno dai formalismi gratuiti,
e meno che mai dai giochi dell'intelligenza e del caso, cioè il
danese Dreyer, autore di alcuni film tra i più rigorosi dell'intera
storia del cinema, grande maestro di stile, considerato dalla maggior
parte degli storici e di critici cinematografici uno dei massimi
registi del cinema mondiale.
Negli
anni '20 egli si impose di prepotenza all'attenzione della critica
con La passione di Giovanna d'Arco.
BIOFILMOGRAFIA:
Carl Theodor Dreyer (1889-1968) dopo alcune esperienze infelici
trova accoglienze nel giornalismo e insieme nel cinema come soggettista,
e redattore di didascalie e montatore. Nel 1919 dirige il suo primo
film e l'anno successivo si cimenta in una imitazione di Intolerance
di Griffith: Pagine del libro di Satana (1920). Emigra
in Germania e prosegue una attività di qualche interesse, fino a
quando, in Francia stavolta, può dedicarsi all'allestimento, alle
riprese, al montaggio, della Passione di Giovanna d'Arco (1928),
il primo dei cinque capolavori che hanno consegnato il nome del
danese alla storia del cinema: Il Vampiro (1932), Dies
Irae (1943), Ordet (1954), Gertrud (1964).
Soggetto
ricorrente al centro di una ossessione profonda e lacerante è la
donna che per l'opera Dreyer è il fulcro di uno stile visivo rigoroso
(contrasti duri di bianchi e di neri, primi piani fortemente angolati
immobilità insistita di ogni inquadratura, controluci, filtri deformanti,
recitazione lenta e come sospesa).
ANALISI:
Rouen, 30 maggio 1431: il processo, la condanna e la morte di Giovanna
d'Arco. La contadina analfabeta prega prima di essere condotta davanti
al giudice; interrogata, non risponde...
All'unità
di luogo (il castello di Rouen) e di tempo (l'arco diu una giornata)
in cui Dreyer colloca lo svolgimento dell'azione, corrisponde la
massima concentrazione dello sviluppo narrativo e tematico, basato
su due linee in continuo contrappunto: da un lato i giudici, con
la loro doppiezza astuta, arrogante e volgare e dall'altro Giovanna,
una contadina senplice e ingenua, disarmata di fronte all'irruenza
dei suoi accusatori, femminile nelle sue incertezze, nei suoi tremori,
nell'angoscia e nelle lacrime che le solcano il volto, sorretta
solo da una fede che non ammette dubbi. Il gioco serrato e continuo
dei primi piani, dei giudici e di Giovanna, è la chiave stilistica
fondamentale scelta da Dreyer per trasferire il confronto dal piano
storico a quello spirituale, interiore e universale: chiave rafforzata
dalla scarnificazione degli elementi scenografici, dal continuo
variare delle angolazioni e dalla concitazione dei bruschi movimenti
di macchina, che tolgono ai fatti e agli ambienti ogni connmotazione
realistica. Impressionante è in questo film anche la resa degli
interpreti: la Falconetti soprattutto, straordinaria interprete
di Giovanna, diede un apporto decisivo al film .
Quest'opera
vinse la scommessa di essere allo stesso tempo un monumento dell'arte
cinematografica muta e una geniale premonizione dei grandi ritmi
del parlato.
L'age d'or
di
L. Bunuel
(FRA,
1930)
CONTESTO In Europa, nel corso degli anni '20 l'avanguardia cinematografica
si andò esaurendo per una serie di ragioni che concernevano, al
tempo stesso, l'arte e l'estetica, l'ideologia e la politica, l'economia
ed il commercio.
A
parte qualche sporadico tentativo artigianale, l'avanguardia trasmise
al cinema commerciale il suo messaggio rivoluzionario nelle forme
e nei contenutiIl movimento surrealista, che nacque a Parigi nel
'24 in seguito alla crisi del movimento dada, non solo prefigurò
e in parte realizzò un nuovo tipo di cinema, ma si interessò anche
attivamente al fatto cinematografico, per le analogie che esistono
tra il cinema, anche e soprattutto nelle sue manifestazioni più
popolari, ed il sogno, tra i meccanismi della visione filmica e
i meccanismi dell' inconscio.
I film in cui troviamo
la più coerente ed esaustiva realizzazione del verbo surrealista
son Un chien andalou (1928) e L'age d'or (1930) di
Bunuel. Nel primo dei due, realizzato in collaborazione con il pittore
Dalì, troviamo un uso del montaggio e una tecnica di costruzione
delle sequenze che costituiscono l'equivalente filmico della "scrittura
automatica" sperimentata dai poeti surrealisti, cioè il libero
accostamento, secondo i percorsi suggeriti dall' inconscio e senza
controllo logico-razionale, di immagini prese dai più diversi contesti.
Il celebre prologo di Un chien andalou in cui vediamo
accostate l'immagine lirica di una sottile nuvola che passa davanti
alla luna e quella, letteralmente insopportabile, della lama di
un rasoio che squarcia l'occhio di una donna, può essere assunto
come il manifesto programmatico dell'incontro tra surrealismo e
cinema, l'attuazione filmica della parola d'ordine surrealista "squarcire
il tamburo della ragione raziocinante e contemplare il buco".
BIOFILMOGRAFIA: Luis Bunuel (1900-1983) uomo politicamente impegnato, frequentò
intellettuali come Garcia Lorca e Salvador Dalì. Aderì in modo discontinuo
al gruppo dei surrealisti e allo scoppio della guerra civile spagnola
emigrò a Parigi, negli Stati Uniti e in Messico, dove finalmente,
terminata la guerra ricominciò la carriera di regista. Sempre dissociato
e controcorrente rispetto al pensiero seguito da gran parte dei
registi dell'epoca, ebbe scarsi rapporti anche con il realismo imperante
nel cinema internazionale degli anni '40 e '50, di cui rifiutava
i toni patetici e le sottolineature ideologiche. Premiato tre volte
a Cannes e a Venezia con il Leone d'oro, stanco e malato alla fine
degli anni settanta conclude una carriiera assolutamente straordinaria
per impegno politico e cinematografico.
ANALISI: Nei sessanta minuti di proiezione non
assistiamo allo svolgersi di una trama ben definita, ma al susseguirsi
di personaggi e di situazioni canonici in una critica serrata e
corrosiva al clericalismo, all'autoritarismo e alla repressione
sessuale.
Le
immagini de L'age d'or creano emozioni nel loro porsi in
un continuo scambio tra la realtà concreta, logica, evidente ed
una realtà superiore, o "surrealtà", non meno rilevante
della prima, che anzi essa illumina e cui conferisce una più esatta
e precisa connotazione. E' per questo motivo che la tecnica adottata
nel film è quasi elementare: per non creare equivoci, per non offrire
appigli a interpretazioni riduttive o svianti fondate su pretesti
di carattere tecnico come era invece avvenuto per Un chien andalou,
L'age d'or non poteva, non doveva essere considerato la registrazione
filmata di un sogno o di un poema surrealista. Nonostante questo
alcuni critici hanno ravvisato nel film un presunto automatismo
di creazione della forma pur se in misura inferiore rispetto a Un
chien andalou; la logica de L'age d'or è invece talmente
stringente da respingere di per se ogni ipotesi interpretativa del
genere e non soltanto per quanto riguarda la "logica dei contenuti",
ma anche per quanto concerne la "logica della forma";
il film è una costruzione estetica perfettamente articolata nei
suoi piano, anche se essi non sono esposti in maniera naturalistica,
ma si intersecano come i piani prospettici di un quadro od un collage
cubista.
L'age
d'or
fu uno dei primi film sonorizzati della storia del cinema e proprio
l'uso, la funzione della colonna sonora è una delle caratteristiche
peculiari dell'opera. La musica, i dialoghi, i rumori sono in costante
contrappunto all'immagine e ne qualificano i significati ed i valori
formali; le battute sincrone sono molto rare, i due protagonisti
non si scambiano direttamente alcuna parola in tutto il corso del
film, fatto assai sorprendente per due persone che si amano con
tutte le forze.
L'age d'or, uno dei più fulgidi esempi di
come il cinema possa essere quel linguaggio antinaturalistico che
la produzione commerciale ha invece inesorabilmente soffocato e
Bunuel ha sempre sostenuto che il suo cinema è una finestra aperta
sul "prolungamento" della vita quotidiana; lo strumento
estetico attraverso cui egli ha sempre mantenuto aperta, in tutti
i suoi film, questa finestra del surrealismo, quel surrealismo che
"non permette a chi vi sia ricorso di lasciarlo quando vi piaccia"
sabato
29 marzo h.21.30
L'uomo
di Aran di
R.J.Flaherty (GBR, 1934)
CONTESTO: L'alternativa al cinema spettacolare, in cui la finzione
costituiva l'asse portate della rappresentazione, vene da un regista
americano che al cinema si dedicò nel momento di massimo fulgore
dell'industria hollywoodiana: R.Flaherty.
Nasceva con F. un
nuovo modo di rappresentare la realtà-il documentario-,
non soltanto perché i suoi personaggi e le sue storie erano tratti
da una realtà non manipolata, riconoscibile nei luoghi e nelle persone,
ma anche perché la cinecamera non si sovrapponneva mai alla "verità"
dell'immagine, la quale non era il prodotto di una scelta esterna,
ma nasceva dalla realtà stessa, con la partecipazione attiva e determinante
degli uomini raffigurati nelle loro azioni quotidiane.
Questo tipo di documentarismo si opponeva decisamente al
cinegiornale d'attualità o ad altri prodotti consimili di pura documentazione,
in cui uomini e cose, luoghi ed azioni, erano un semplice oggetto
da osservare e da riprendere cinematograficamente, con un'operazione
di trasferimento dalla realtà fenomenica alla sua riproduzione sullo
schermo. Flaherty - uno dei maggiori documentaristi dell'epoca - si
opponeva alla presunta oggettività della macchina da presa: egli
voleva che il cinema fosse compartecipe della vita dell'uomo, di
cui poteva mettere in luce e diffondere l'autenticità, una volta
che le singole immagini fossero il risultato di un attento studio
della situazione ambientale con l'aiuto diretto di quelli che, anziché
essere semplice oggetto della ripresa, ne erano il soggetto.
Questo nuovo modo di intedere il ciema ottene un largo
successo di pubblico , imponendosi all'attenzioe degli spettatori
come unna vera e propria alterativa al cinema hollywoodianno spettacolare.
BIOFILMOGRAFIA: Robert Flaherty (1884-1951) studia mineralogia
e si dedica all'esplorazione delle terre artiche; nel 1913 prende
con sé una macchina da presa e gira diecimila metri di pellicola
che un incendio distruggerà.
Nel 1920, ottenuto un finanziamento di cinquantamila dollari
dai pellicciai parigini Revillon Frères, parte per il grande Nord.
Ci resterà due anni, per documentare la vita di una famiglia
di esquimesi, fra i rigori dell'inverno e le spaventose difficoltà
del vitto. Il risultato
- Nanuk l'eschimese (1922), considerato il primo, vero e
grande documentario della storia del cinema - è stupefacente: la
durezza dell'esistenza randagia fra i ghiacci esce intatta e drammatica
dalle immagini, quasi fosse un'oggettiva radiografia.
Flaherty è salutato come l'inventore di un genere e di una
ricerca che si diffonderanno assai nei decenni successivi.
L'industria del cinema cattura Flaherty per una coregia,
accanto a W.S. Van Dyke, di un melodramma esotico (Ombre bianche,
1927), ma la rottura è quasi immediata. Dopo un'altra difficile coregia, stavolta con F.W. Murnau per
Tabù (1931), Flaherty emigra in Gran Bretagna, dove lavora
con J. Grierson e poco dopo gira quello che è considerato il suo
capolavoro: L'uomo di Aran (1932).
Meno riuscito sarà il successivo Louisiana Story (1948)
che meriterà comunque un premio internazionale a Venezia.
ANALISI : L'uomo di Aran narra
la vita quotidiana d'un pescatore delle isole Aran e della sua famiglia
(la moglie e il figlioletto) ed è tutto costruito su ampie sequenze
descrittive che, con un crescendo rigorosamente modulato, quasi
impercettibile, si caricano d'una drammaticità autentica, che fa
di questo documetario su una minoranza etnica la lirica rappresentazione
della condizione umana.
F. osserva
col suo occhio non passivo, ma attentissimo ai casi altrui e alle
loro motivazioni ambientali e psicologiche, uomini che vivono a
contatto con una natura arida, nemica, e che riescono, nonostante
tutte le avversità, a costruirsi una loro vita, a stabilire dei
rapporti d'affetto e di solidarietà. Il film vuole essere un canto al
coraggio e alla bontà dell'uomo, spinto dall'istinto vitale e da
un ideale di fratellanza, ma questo canto non è mai (o quasi) spiegato,
altisonate, retorico, è invece discreto, sommesso, appena sussurrato.
In questa discrezione sta il fascino dell'opera, nella grande lezione
di umiltà che F. impartisce senza volerlo, tutto attento com'è non
a comporre un'opera di poesia, ma ad osservare con attenzioe e viva
partecipazione casi umani che possono illuminarci sulla nostra natura di uomini
ed esseri sociali.
Venerdì
31 gennaio h.21.00
Metropolis F.Lang
(Ger 1926)
SCHEDA TECNICA:
Tit or.Metropolis. Scenegg. T.
von Harbou , F.Lang.Dir.fot.KFreund, G. Rittau.Scenog.O.Hunte,
E. Kettelhut, K. Vollbrecht Prod. UFA. Durata originale
180'.
CONTESTO
In Europa,
già a partire dalgli anni '10 e con maggior insistenza negli anni
'20, si sviluppa una complessa interazione tra cinema e avanguardie
artistico-letterarie. Nel cinema tedesco, dopo la prima guerra mondiale,
l'influsso dell'espressionismo pittorico, letterario e teatrale
determinò la fioritura di un gruppo di
film che hanno il loro capostipite in Il Dottor Caligari
di R.Wiene.. Le caratteristiche in comune dell'espressionismo
sono: 1) Ambientazione in spazi unitari rigorosamente delimitati
2) Una particolare attenzione agli oggetti che, oltre ad assolvere
precise funzioni sul piano drammaturgico, assumono complesse valenze
simboliche 3) Una sistematica limitazione dell'uso delle didascalie,
nell'intento di arrivare ad un tipo di narrazione basata su elementi
puramente visivi e universalmente comprensibile.
Il
1926 può essere preso come spartiacque per ciò che riguarda la diffusione
e soprattutto la vitalità dell' espressionismo nel quadro del cinema
tedesco. A cavallo di quell'anno appaiono infatti sugli schermi
due films che riassumono e anzi sembrano rilanciare i principi più
tipici del movimento e , al contempo, ne segnano definitivamente
l'esaurimento e il declino: Metropolis di F.Lang e Faust
di Murnau..
BIOFILMOGRAFIA:
Fritz Lang ( 1890- 1976) , elegante pittore, figlio di un architetto,
si accostò al cinema nel 1919 e diresse due anni dopo una
storia di criminali internazionali: I ragni. Nel 1922 " prende in consegna" quel criminale assoluto -
Il dottor Mabuse -
che gli rimarrà appiccicato addosso e che, in fondo, ben caratterizza
il suo stile: intrigo , luci dità, durezza, miseria umana, melodramma.
I Nibelunghi (1924) in due parti
lo gettano, felice, in braccio alla tradizione germanica.
Metropolis lo cattura invece con il fascino, più popolare
e fastoso, della fantascienza. Un altro criminale è al centro della
geometrica macchina narrativa di M, il mostro di Dusseldorf (1931).
Con l'avvento del nazismo Lang emigra prima a Parigi e poi ad Hollywood;
con Furia (1936 ) un uomo ingiustamente accusato del medesimo
delitto di cui è stato il pavido protagonista di M, si apre
il periodo americano, ma Lang non cambia: eguali rimangono le osessioni
( la colpa, il male, la paura dell'inconoscibile ) e lo stile insinuante,
drastico di tanto in tanto, morboso, magari soffocante, di un regista
che vuole sempre comunque impressionare, come usa la cultura popolare.
ANALISI:
Metropolis narra le vicende di una città fabbrica del futuro in
cui gli operai, che abitano nei sotterranei della stessa, istigati
da un robot con sembianze
femminili si ribellano ai padroni e distruggono le macchine delle
officine. Un " patto sociale" stipulato davanti ad un'enorme
cattedrale, suggellerà la ritrovata intesa
tra "Capitale" e "Lavoro".
Il
film costituisce una sintesi dei principali motivi dell'espressionismo,
ma segna anche, al contempo, il loro esaurimento e il loro declino.
Le tendenze fantastiche del movimento riappaiono nella prefigurazione
di una "città del futuro", realizzata con mirabili soluzioni
scenografiche e trucchi ottici.
Ammirevole
il risultato plastico del film : la lenta marcia degli uomini nella
città sotterranea, l'impeccabile geometria dei movimenti di folla,
il contrasto con la confusione finale anch'essa perfettamente programmata,
tutto questo groviglio e questa padronanza di forme, fanno di Metropolis
una delle vette del l'arte muta, da collocare affianco di Intolerance
di Griffith e tanto
da farlo definire da Bunuel come un meraviglioso libro di immagini.
Domenica
27 ottobre h 17
Nosferatu di F.W. Murnau (Ger. 1922)
SCHEDA TECNICA:
Tit or. Nosferatu. Eine Symphonie des Grauens
Scenegg. H. Galeeen Dir. fot. F.A Wagner.
Scen. A. Grau Prod. Prana Film Durata originale 110'.
BIOFILMOGRAFIA:Friedrich
Wilhelm Murnau (1889-
1931) dopo aver abbandonato gli studi letterari diventa assistente
di M. Reinhardt. Nella I Guerra Mondiale è pilota di aerei da caccia;
tornato in patria nel 1919 affronta la regia. Dopo alcuni film di
cui non resta traccia nel 1922 realizza Nosferatu il vampiro.
Realistico quanto questo era fiabesco, L'ultima risata (1924)
conficca le unghie nei pregiudizi della rispettabilità borghese
narrando di un portiere d'albergo che, privato della sua livrea,
precipita nella disperazione. Chiamato ad Hollywood trasferisce
i suoi tipici temi del peccato e dell'esplodere delle pulsioni profonde
in ambiente americano
e realizza con Aurora (1927) una raffinatissima variazione
psicologica intorno alle tentazioni di una coppia
di giovani contadini attratti dalle luci della città, infrangendo
la legge morale e scontandone le conseguenze. La medesima infrazione
che compiranno i due innamorati di Tabù, che girerà con Flaherty.
ANALISI: Un'epidemia
di peste fa strage a Brema nel 1838: da dove è arrivata? Tutto è
cominciato con il viaggio dell'impiegato di un'agenzia immobiliare,
il giovane Hutter, presso uno strano castellano dei Carpazi. Nonostante
la ripugnanza delle guide, il giovane giunge a destinazione, e scopre
che il suo ospite è un vampiro. Si chiama Nosferatu, è un morto
vivente che succhia il sangue dei giovani, indispensabile alla sua
notturna sopravvivenza. Dove arriva il vampiro semina desolazione
e morte. Sarà Ellen, la fidanzata di Hutter, a sacrificarsi per
liberare il mondo della sua presenza: trattiene il vampiro nella
sua camera fino all'alba, e la luce del giorno lo fa morire per
sempre. Capostipite del cinema dell'horror psicologico Nosferatu
per la ricchezza delle sue valenze simboliche ha dato luogo
a numerosi tentativi di interpretare ad esempio il complesso rapporto
carnefice-vittima in chiave metafisica, psicoanalitica, storico-sociologica.
Problematica l'appartenenza del film alle temperie culturali dell'espressionismo,
di cui comunque condivide la tendenza antinaturalistica. In ogni
caso, a differenza della stragrande maggioranza dei film d'epoca,
l'opera di Murnau è prevalentemente girata in esterni e anticipa
una poetica di "grandi spazi"; la paura e l'orrore, poi,
non sono insiti nell'uomo come in altri prodotti espressionisti,
non derivano il loro effetto da deformazioni scenografiche, ma nascono
da una forte drammatizzazione degli elementi naturali. Grazie soprattutto
alla splendida fotografia di Wagner, Nosferatu, pur nell'ingenuità
di effetti speciali ancora primitivi, conserva un fascino inimitabile
che riesce tutt'oggi a restituire l'allucinata tensione atmosferico-narrativa
del romanzo.
Venerdì
30 maggio h.21.30
Ombre
rosse di
J.Ford (USA, 1940)
SCHEDA TECNICA: Titolo originale Stagecoach Scenegg. D.Nichols da racconto di E.Haycox "Stage to Lordsburg"
Dir. fot. Bert Glennon . Esterni girati nella Monument
Valley (Arizona) Mus. R.Hageman Prod. W.Wanger Mont.
O.Lovering, D. Spencer, W. Reynolds. Durata originale 97'
Interpreti: J. Wayne (Ringo Kid); C. Trevor (Dallas); J.Carradine
(Hatfield);T.Mitchell (Dr T.Boom) A.Devine (Buck) D.Heel
(Peacock).
IL
SOGGETTO:
Nel 1884 un gruppo di outsiders - una prostituta, un dottore alcolizzato,
la moglie in cinta di un ufficiale, un sudista decaduto, un banchiere
disonesto, un rappresentante di whisky e uno sceriffo - attraversano
in diligenza il pericoloso territorio indiano da Tonto a Lordsburg,
in New Mexico. Si unisce a loro il fuorilegge Ringo, che si innamora
di Dallas, la prostituta cacciata da Tonto. Durante l'ultimo giorno
di viaggio, dopo che Lucy ha partorito in una stazione di posta
con l'aiuto del medico ubriacone, gli indiani attaccano la diligenza,
ma l'intervento della cavalleria risolve la situazione. A Lordsburg,
Ringo uccide i fratelli Plummer, che avevano trucidato la sua famiglia
e con l'aiuto dello sceriffo e del dottore riesce a tornare nel
suo ranch oltre confine, insieme con Dallas.
FORD
ED IL SUO CINEMA John Ford,
pseudonimo di John Martin Feeney (1895 - 1973) è uno dei pochi veri
grandi registi che Hollywood abbia mai avuto e chew più di molti
altri si è in larga misura identificato con "l'americanismo"
di una cinematografia come quella hollywoodiana che ha sempre mantenuto
un carattere fortemente nazionale ( o forse nazionalistico?). Specialmente
con Roosvelt, l'american way of life che fu proposta al paese
e al mondo intero, ebbe con il cinema di Hollywood e con registi
come F., degli eccezionali veicoli di propaganda ideologica, portatori
di modelli comprtamentali e di principi morali e sociali. L'opera
di F., specie quella che tratta il tema della frontiera si definisce
nella grande epopea della conquista di spazi vitali, nella creazione
di uno Stato basato sulla legalità e sulla giustizia e nella formazione
di una comunità all'insegna della legge, dell'onore e della lealtà.
I suoi personaggi, gli ambienti costruiti attorno a pochi elementi
ricorrenti, il paesaggio come momento di riflessione della storia
individuale, elemento interagente nella struttura drammatica dell'opera,
nascono da una visione della realtà alquanto schematica, che si
rifà a quei principi morali e filosofici propri del periodo di ricostruzione
morale e materiale dopo la crisi del '29. Tuttavia questo schematismo
ideologico si va trasformando e arricchendo nelle opere fordiane,
viste non più come tesi da dimostrare, ma come interpretazioni critiche
di una realtà polivalente, non riducibile a una rappresentazione
neorealistica tradizionale. E' così che all'interno di un genere
- il western - da sempre strutturato in una visione manicheista
della realtà, F. introduce un elemento dissonante, una visione tutta
personale che può anche sovvertire quelle regole del vivere sociale
che, apparentemente, egli accetta incondizionatamente. Lo sguardo
critico di F. si posa su fatti e personaggi - ricorrenti e stereotipati
- rivelandone, oltre le apparenze, la complessa natura e tentando
così un discorso sull'uomo e sulla società che non si limita alla
contrapposizione rigida di due mondi o di due ideologie, ma vuole
fornire materiale originale per un'analisi critica del reale. Ciò
è avvertibile soprattutto in alcuni film western di forte individualità,
come Ombre rosse (1939), Sentieri selvaggi (1956),
o Il grande sentiero (1964), Furore (1940) o La
via del tabacco (1941). Per quanto riguarda la sua ricchissima
produzione cinematografica - 140 film tra il 1914 e il 1966 - si possono individuare dei tratti caratteristici,
quali l'uniformità, l'omogeneità e la varietà di generi, il cui
motivo unificante è il piacere di narrare che si concretizza in
una pulizia formale eccellente. Il linguaggio fordiano è semplice,
ma mai banale; sviluppa con pari intensità grandi e piccoli temi,
come l'idealismo familiare, l'ingiustizia degli oppressi, la generosità
e il sacrifico e l'inno al liberalismo. Il suo cinema rappresenta
cinquant'anni di storia della società americana attraverso personaggi,
situazioni e ambienti che hanno fornito un'interpretazione di quel
costume e di quella "coscienza sociale", ha rappresentato
alcuni dei caratteri del cinema hollywoodiano, come specchio di
un'epoca, documentazione di una società vista nella sua autopresentazione
in pubblico. In ogni caso il cinema per F. , più che un mezzo di
espressione è una necessità vitale, che si concretizza nella risposta
alla domanda "Solo una cosa non riesco a capire, Jack: durante
l'inseguimento perché gli indiani non spararono ai cavalli che tiravano
la diligenza?" che gli pose Frank Nugent: "Nella realtà
è ciò che sarebbe probabilmente accaduto, Frank, ma se lo avessimo
fatto il film sarebbe finito subito, non credi?"
Venerdi
27 giugno h.21.00
Paisà
di R.Rossellini (ITA, 1946)
SCHEDA TECNICA:. Scenegg. F.Fellini, R.Rossellini Dir.fot.
O.Martelli. Prod. OFI, Foreign Film Production, Capitani
Film. Dur.: 125'
CONTESTO: Il termine neorealismo é stato usato
per la prima volta nel 1943 da un critico e sceneggiatore italiani,
U. Barbaro, per definire un movimento - piuttosto che una scuola
- che si svilupperà nel cinema italiano sul finire della guerra,
in reazione contro il cinema accademico e sclerotizzato e con lo
scopo di descrivere la
società italiana all'uscita
da vent'anni di fascismo. Il
Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma fu la culla
di questa rivoluzione, che contestava l'artificioso universo degli
studi, la dramatizzazione a oltranza dei soggetti e il " calligrafismo",
e sosteneva al contrario un'attenzione sempre più grande per la
vita quotidiana. Al cinema
" ricco" si opponeva un'atteggiamento generoso,
non conformista, di testimonianza sociale.
Il cinema, pur continuando a proporre storie ricostruite
o inventate, doveva" rendere conto del reale in maniera concreta".
Per il
teorico del movimento, Cesare Zavattini, il cinema deve interessarsi
"all'uomo, nella sua avventura di ogni giorno". Al limite,
un film dovrebbe poter descrivere"novanta minuti della vita
di un uomo al quale non succede niente".
Il primo grande film del neorealismo é Ossessione
( 1943 ) di Visconti; ma furono soprattutto Roma città aperta
( 1945 ) e Paisà (
1946 ) di Rossellini , che con la loro sobrietà , il loro
autentico inserimento in una vicenda collettiva ,
i veri detonatori dell' esplosione neorealista. Due altri
titoli fondamentali furono La terra trema di Visconti e Ladri
di biciclette di De Sica
; entrambi vennero girati sui luoghi dell'azione e con attori
non professionisti . Un buovo cinema cresce a poco a poco sulle
rovine della guerra , su temi che riguardano la vera vita del popolo
.
BIOFILMOGRAFIA:Roberto Rossellini ( 1906 - 1977 ) attraversa
il fascismo servendolo solo quel tanto che basta per non sporcarsi
le mani e si affaccia al dopoguerra con lo sguardo sgombro da pregiudizi
. Dopo Roma
città aperta
, storia della resistenza nella capitale , R. acquista non
solo comprensione della realtà ma anche coscienza del linguaggio
e si ingegna di elaborare
un adeguato stile per la tragedia che si appresta a narrare
: di qui i capolavori Paisà ( 1946 ) , sei episodi
della guerra in Italia , e Germania anno zero ( 1947
) , gelido ritratto di un paese traviato e distrutto .
La transizione allo spiritualismo , da Lui ritenuto
un grimaldello più
efficiente per penetrare nella
realtà lo porterà a dirigere Amore , Stromboli terra di Dio ,
Francesco giullare
di Dio , Europa
51 e Viaggio in Italia .
Con queste coraggiose esperienze R .
esce dal clima neorealista ed entra nella realtà .
Costretto
a sbandare tra tentativi modesti , trova un' ancora di salvezza
nella televisione ,
dove può inaugurare la terza fase della sua vita creativa
, dedicandosi alla storia e alla sua divulgazione .
ANALISI :
Sei episodi sulla guerra in Italia seguendo l'avanzare
delle truppe alleate; dalla Sicilia alle foci del Po.
Girato in sei mesi, con pochi mezzi e attrezzature di fortuna,
attraversando tutta l'Italia, Paisa' fu presentato a Venezia
con scarso successo di pubblico e di critica. Nonostante lo sguardo
di R. sia guidato dall'istanza trascendente dell'umanesimo cattolico
(non si cerca una soluzione
politica, ma una ricomposizione dei contrasti nella pace e nella
fede), Paisa' rivela un rigore documentaristico di straordinaria
asciuttezza, che acquista un valore assoluto, al di là dell'ideologia
che lo sostiene. Ne consegue una libertà espressiva di cui il regista
si avvale fino in fondo, con una coerenza impeccabile, sorretto
dall'acume di sceneggiatori come Fellini e Amidei.
Di tutti i film di R., Paisa' è quello in cui
più è evidente l'attesa di un evento storico risolutivo: un'attesa
che (soprattutto negli episodi fiorentino e polesano) diviene pura
forza drammatica, ingigantita e purificata da quel sentimento tragico
della vita che innerva tutta la poetica del regista.
Sabato
31maggio h.21.30
Quarto
potere di
O.Welles (USA, 1941)
SCHEDA TECNICA: Titolo originale Citizen Kane Scenegg. H.J.Mankiewicz e O.Welles Dir. fot. G.Tolland Mus. B. Hermann
Prod. O.Welles per la MercuryProduction Mont. M.Robson
e R. Wise Durata originale 119' Interpreti: O.Welles
(Charles Foster Kane); Joseph Cotten (Jedediah Leland
e anche reporter nel cinegiornale); Everett Sloane (Bernstein);
Dorothy Comingore (Susan Alexander Kane).
CONTESTO L'America del primo dopoguerra ha vinto il conflitto e questo
si riflette sulla crescita
della nazione. Nei primi anni '20 la produzione e l'occupazione
registrano un incremento costante, mentre prezzi e salari rimangono
stabili. Ai ricchi non resta che "speculare"... Basta
ricordare, per esempio, il boom - abbastanza effimero, però - della
Florida, nel 1925, gestito da gente di pochi scrupoli che, dopo
aver comprato terreni privi di qualsiasi valore ad un prezzo "stracciato",
li pubblicizza in modo efficace e li rivende a prezzo maggiorato.
In
Borsa le azioni continuano a salire in modo graduale fino al '27-'28,
quando i grossi speculatori - contro cui non vuole schierarsi il
Governo di Hoover che, anzi, decide di detassare i redditi più alti
e favorire le esportazioni - decidono il rialzo "folle",
incontrollato. Gli industriali, dal canto loro, che vedono i loro
profitti aumentare, decidono di non reinvestirli nella produzione,
ma preferiscono speculare anche loro: è l'epoca dei trust,
favorita anche dalle radio asservite e "comprate" dagli
speculatori più grossi, che alimentano a loro vantaggio un clima
di ottimismo generale. Nel '29 però la musica cambia: il 24 di ottobre
sul mercato si abbandonano 12 milioni di azioni, è il crack.
La crisi finanziaria si ripercuote sull'economia reale ed inizia
la Grande Depressione con la disoccupazione di massa
degli anni seguenti.
Si
afferma allora la "stella" di Roosvelt che nel primo anno
di governatorato di New York si era preoccupato di ottenere energia
a basso prezzo, conservare le risorse naturali dello Stato e favorire
l'agricoltura. Dal '29 tutta la sua attenzione fu concentrata sul
problema dell'assistenza e della previdenza sociale. Nasce la concezione
moderna dello Stato Sociale e quel compromesso socialdemocratico
di cui vediamo oggi la fine. Il New Deal attua per la prima
volta le politiche Keynesiane di incremento della spesa pubblica
come volano dell'economia, riduce la settimana lavorativa, introduce
nell'economia lo Stato in quanto soggetto non spinto dal movente
del profitto e quindi in grado di soddisfare quei bisogni lasciati
insoddisfatti dal mercato.
Sul piano culturale il New Deal coinvolge l'intellettualità
degli anni '30: l'intellettuale deve mutarsi in un "agente
politico" e prendere il posto dell' "uomo di cultura"
che ha caratterizzato gli anni '20. Jhon Dos Passos "succede"
a F.S.Fitzgerald. Dos Passos nel '32 scrive: "Va bene, sei
un romanziere. E allora? Che te ne fai? Che scusa trovi per non
vergognarti di te stesso?... Un romanzo è un bene di consumo che
risponde ad una determinata esigenza; la gente ha bisogno di comprare
sogni a occhi aperti, come ha bisogno di comprare gelati e aspirina
e gin. Qui e là hanno bisogno persino di comprare un pizzico di
intellettualismo per stimolare i propri sentimenti".
BIOFILMOGRAFIA: Welles (1915 -1985) si forma in quest'epoca e, non a caso, appoggerà
sempre le scelte e le politiche di Roosvelt - per il quale scriverà
anche dei discorsi - pur rimanendo sempre ai margini della politica
attiva e non entrando nel "trust" di cervelli roosveltiano.
Welles nasce ricco
nel 1915 nel Wisconsin ed ha un'infanzia precoce e felice. Si dedica
alla musica, alla pittura e già alla high-school al teatro, con
un'amore viscerale per Shakespeare. A sedici anni, recatosi in Europa
per dedicarsi alla pittura e terminati i soldi con cui era partito,
si propone come attore
al famoso Gate Theatre di Dublino dove viene assunto ed interpreta
la parte di un vecchio di 65 anni. Successivamente, dopo aver provato
anche a fare il torero in Spagna tornerà negli USA dove si affermerà
come attore e regista teatrale d'avanguardia. Successivamente lavorerà
alla radio come attore (spesso dando la voce a diversi personaggi
negli stessi radiodrammi) e come autore di programmi e ci sarà il
famoso episodio della "Guerra dei mondi" con cui
farà credere per un paio d'ore agli americani che, negli USA, sono
sbarcati gli extraterrestri (la trasmissione fu interrotta dall'F.B.I.
per motivi di ordine pubblico): siamo nel '38 ed è la fama, per
Welles, che decide di provare col cinema.
A
25 anni realizza il suo primo film Citizen Kane
(Quarto potere), che in vari referendum tra i
critici di tutto il mondo è risultato "Il più bel film della
Storia del cinema". Eppure la sua carriera cinematografica
non sarà certo all'insegna del successo: come si può affrontare
un'opera che conta solo dodici film portati a termine in trent'anni
di carriera, di cui almeno due massacrati dalla produzione (L'orgoglio
degli Amberson e L'infernale Quinlan) e gli altri spesso
terminati in un frenetico tentativo di proporre lui stesso dei tagli
alle case di produzione nel tentativo di salvare i momenti fondamentali
delle sue opere? Cosa si può dire di un'opera che vanta altri quattro
film incompiuti e due che complicati sistemi di coproduzione sembrano
condannare a restare in qualche cellario frigorifero?
Centinaia saranno le
interpretazioni (spesso grandissime) di Welles come attore, in film
belli e osceni (come lui stesso tristemente ricorda) allo scopo
di trovare i soldi necessari a finanziare i suoi più audaci progetti
cinematografici, visto che sin da Quarto potere sarà considerato
da Hollywood come un autore inaffidabile dal punto di vista commerciale.
Welles ha sempre ripetuto
di non credere agli autori perché "ci sono solo opere"
e del suo rapporto con la realtà, del ruolo del regista cinematografico
ha parlato attraverso le parole di Shakespeare: il regista non può
che "porgere uno specchio alla natura", non per rispecchiare
ciò che vede, ma per capire il mondo che lo circonda. "Se
non conosci qualcosa della natura
alla quale porgi il tuo specchio, quanto sarà limitata la
tua opera! Più la gente di cinema si tributa reciproci omaggi, più
si inchina ai film invece che alla realtà. (...) Un film è il riflesso
dell'intera cultura dell'uomo che lo fa; la sua educazione, la sua
conoscenza degli uomini, il respiro più o meno ampio della sua comprensione,
tutto questo informa il film . (...) Non esiste la 'cultura cinematografica',
solo un enorme mucchio di film. Bisogna tenersi aggiornati, naturale,
ma con tutto il vasto mondo, non solo con i film. Dobbiamo scoprire
tutto il possibile su questo posto in cui ci tocca vivere - su questo
posto nel tempo - ma dobbiamo stare attentissimi, secondo me, a
non diventargli troppo omogenei.
Essere alla moda è certo segno che si è di second'ordine.
C'è una corrente principale della nostra cultura , uno spirito del
tempo cui apparteniamo, certo; alla fine però, non saremo giudicati
in base al grado della nostra partecipazione, ma in base alla qualità
della nostra responsabilità individuale"
ANALISI: Dopo mille peripezie sin dal primo giro
di manovella, e con molte difficoltà, il film esce nelle sale nell'aprile
del 1941. La critica ne sancisce il successo, il pubblico - che
avrà difficoltà nel trovarlo nelle sale - molto meno. Il film passerà
alla storia per un certo modo di fare cinema. Prima di tutto c'è
la frantumazione del linguaggio convenzionale mediante l'uso sistematico
- metafisico più che narrativo - del flashback, che sarà
l'aspetto meno notato (forse per l'incredibile naturalezza con cui
lo spettatore segue il meccanismo). Inoltre c'è una partecipazione
molto innovativa dell'autore delle musiche, con una serie di sequenze
confezionate su misura delle musiche. Inoltre c'è la riduzione dei
tempi di alcune sequenze: interi episodi che investono un considerevole
arco narrativo sono rtiassunti in poche inquadrature significative.
Si pensi agli attacchi sonori che mischiano in una sola sequenza
la campagna presidenziale di Kane; il comizio è uno solo anche se
diversi sono gli oratori, i luoghi e i tempi. Il crescendo rallenta
con la lunga scena della
moglie e dell'amante che costerà l'elezione a Kane e si chiude sui
titoli dei giornali ancora in preparazione. Simile crescendo descrive
l'ascesa ed il crolo nella carriera di cantante lirica di Susan
Alexander. Infine - e fu l'aspetto su cui molti si soffermarono
- c'è la partecipazione effettiva dell'operatore (che solo più tardi
nel cinema diventerà il Direttore della fotografia) alla
realizzazione della storia: uno degli scopi del film era quello
di eguagliare la messa a fuoco di un normale occhio umano, di qui
l'uso di obiettivi insoliti (il grandangolo) ed una illuminazione
delle scene di efficacia impressionante (soprattutto nelle scene
buie il mantenimento a fuoco dei diversi piani all'interno dell'inquadratura
fu una novità fotografica assolutamente sorprendente e fu il frutto
del lavoro di un principiante del cinema come Welles che richiedeva
a Gregg Toland cose che nessun regista esperto avrebbe ritenuto
possibili e che Toland, senza scomporsi, realizzava).
Il film si apre e si
chiude sulla scritta "No trespassing" (vietato l'accesso),
ed evoca l'impossibilità di penetrare il mistero che è la vita di
un uomo, indipendentemente dalla risoluzione del mistero di Rosebud
(Rosabella) che è il classico finale per gli 'allocchi'. In effetti
il film rappresenta una novità ben al di là del carattere oltranzista
ed estroso che Welles gli aveva impartito (più tardi Welles dirà
: "Ci sono più riprese ricercate in Quarto potere che in
tutto il mio lavoro successivo. (...)Uno si dice 'vediamo se si
può fare questa ripresa' e la fa. (...)Qualche volta in Quarto potere
è come se l'immagine fosse sottoposta ad uno sforzo eccessivo; viene
dall'esuberanza che mi dava la scoperta del mezzo. E quando ti ci
abitui, e impari a nuotare, non hai bisogno di gonfiare tanto i
muscoli "). Il film era un fatto nuovo perché impostava
la narrazione cinematografica in un campo sin lì poco battuto e
teoricamente assai controverso: il film psicologico; la gestione
del tempo era rivoluzionaria; inoltre sceglieva come argomento
della sua indagine una figura complessa e difficile. E' fondamentale,
da un punto di vista tematico, il fascino del personaggio negativo
in tutti i film di Welles, imformati da un rapporto di attrazione
repulsione tra i personaggi ed il rapporto di amore-odio che il
regista porta alla maggior partte dei personaggi negativi da lui
interpretati. Anche ne L'Orgoglio degli Amberson il personaggio
positivo è indubbiamente l'inventore di automobili, criticato ferocemente
in quanto responsabile dell'avvento di un'era industriale che sovrasterà
l'uomo, lo dominerà, farà assurgere lo sviluppo a unica legge cui
l'umanità dovrà obbedire: l'animo democratico di Welles è chiaramente
con questa critica che pure è espressa dal personaggio antipatico
ed egoista del giovane rampollo degli Anberson, uno dei personaggi
più odiosi che al cinema siano stati concepiti.
Rapacità di E. von Stroheim (USA 1924)
SCHEDA TECNICA: Tit: or. Greed. Scenegg. E. von Stroheim, dal romanzo Mc Teague di Frank
Norris. Dir. fot.
B. Reynolds, W. Daniels, W. Bader, E.B. Schoedsack. Montaggio J.W. Farnham. Prod. I. Thalberg. Durata originale 108'.
CONTESTO: Nel periodo che va dalla fine della Prima
guerra mondiale (1918) alla crisi di Wall Street (1929), il cinema
conosce ovunque un grande sviluppo, raggiungendo un assetto sul
piano dell'industria, dello spettacolo e del linguaggio che viene
abitualmente definito "l'apogeo del cinema muto". In particolare
si assiste all'affermazione della supremazia di Hollywood nell'economia
cinematografica mondiale.La vitalità sul piano economico della produzione
hollywoodiana degli anni '20 si basò principalmente su due fattori:
lo star system(il divismo)e lo studio system(metodo di organizzazione
del lavoro teso alla massimizzazione dei profitti attraverso uno
sfruttamento ottimale delle risorse).Tale predominio assoluto della
componente finanziaria compromise l'autonomia creativa dei registi.
Esemplare a riguardo è la figura di Stroheim.
BIOFILMOGRAFIA: Erich von Stroheim (1885-1957) narra
nei suoi primi film -Mariti ciechi (1919), Femmine folli (1921),
Donne viennesi (1922) - storie di adulteri in sè banali, ma ne stravolge
lo sviluppo esasperando la brutalità maschile e la voracità femminile.
Da un romanzo naturalista di F. Norris ricava Rapacità (1924). Con
La vedova allegra (1925), S. si riconcilia in parte con l'industria
e può accingersi ad un'altra delle sue crudeli dissacrazioni: Sinfonia
nuziale (1926) in cui aggredisce insieme la morale borghese e i
fantasmi della passata grandezza dell'impero asburgico. La ferocia
e l'esattezza della ricostruzione ambientale provocano un irrigidimento
della Paramount e mettono praticamente fine alla carriera del regista
"maledetto". Dal '32 in poi si limiterà a fare l'attore.
ANALISI: California agli inizi del secolo: figlio di
immigrati Mc Teague lascia il lavoro in una miniera e si trasferisce
a San Francisco, dove apre abusivamente uno studio di dentista.
Sposa Trina, cugina del suo amico Marcus; ma presto l'unione si
rivela difficile: il consiglio dell'ordine dei dentisti vieta a
Mc Teague di esercitare senza diploma, la moglie diventa di un'avarizia
sordida, e lui si dà all'alcol e l'abbandona... In una sera di ubriachezza
, Mc Teague torna e uccide l'orribile megera che è diventata la
tenera Trina di una volta. Marcus che invidioso ha fatto di tutto
per spingerlo alla rovina, lo insegue nella valle della morte dove
moriranno entrambi di odio e di sfinimento.
Dal romanzo di Norris,S.ricavò una storia fluviale,autentica
requisitoria contro la sete dell'oro,di 42 rulli(circa 7 ore);i
produttori Thalberg e Mayer imposero una drastica riduzione ad una
"lunghezza commerciale" che lasciò in piedi il semplice
traliccio della vicenda,rendendo poco comprensibile il contesto
dell'opera.Ciò che vediamo oggi del film è dunque il risultato di
una mutilazione che lo ha ridotto a circa un quarto dell'originale.Il
"sogno di realismo" di S. si basava sulla dismisura,sull'eccesso
e quindi sull'eccesso di durata .Qui è il tratto realistico precipuo
della lavorazione di Rapacità:la
coincidenza del tempo filmico con quello reale,la tensione al piano
sequenza della vita.L'operazione
di S. sul tempo vi raggiunge la radicalità della mimesi,l'aderenza
alla durata biologica che vorrebbe investire anche la fisiologia
della fruizione(secondo le intenzioni dell'autore,il film avrebbe
dovuto prevedere un intervallo abbastanza lungo per consentire agli
spettatori di pranzare).Nell'esclusione o nell'indebolimento di
quasi tutti i leit motiv che caratterizzavano il film(tipico quello
delle monete d'oro),si può dire che siano rimasti ancora sufficientemente
forti quelli relativi in modo specifico al rapporto Trina-McTeague,ciononostante,
il film è ancora in grado di dare un'impressione di forza e di violenza
ineguagliabile.
|