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UN ARTICOLATO CONTRIBUTO AL DIBATTITO SULLA
GLOBALIZZAZIONE Per una nuova narrazione del
mondo di Sabrina Magnani
Si ritiene che la globalizzazione liberista sia
inevitabile, così come le conseguenze che ne derivano, come la povertà, il
dominio della finanza, la crisi del sistema dei diritti. Ma così non è.
Narrare un nuovo mondo, fondato su valori e principi diversi, è possibile.
* * *
Cos’hanno in comune un contadino dello stato del
Kerala, dalle condizioni di vita inaccettabili, una moglie analfabeta di
un operaio curdo immigrato in Germania, un giovane svedese figlio di un
imprenditore che studia management e business administration
in una qualificata università europea, un soldato colombiano pagato
dai trafficanti di cocaina, una bambina del Burkina Faso che non va a
scuola perché deve andare ogni giorno a prendere l’acqua camminando per
3-4 chilometri, una funzionaria europea che redige direttive sulla
privatizzazione dell’energia?
Apparentemente nulla, esponenti di
mondi culturalmente e sociologicamente lontani molto più che
geograficamente. Ma una cosa in comune ce l’hanno: appartengono alla
stessa umanità. Tutti con lo stesso diritto di vivere una vita
dignitosa.
Parrebbe un ovvietà ma la realtà è ben altra, le
differenzia una profonda diversità, disuguaglianze legate ai contesti in
cui sono nati e cresciuti. Disuguaglianze ormai talmente croniche da
ritenerle inevitabili.Ma così non è. Di inevitabile al mondo non c’è
nulla. Tutto dipende da come lo si racconta, il mondo, dalle priorità che
se ne danno.
Ne è convinto Riccardo Petrella, docente di economia
politica all’università di Lovanio, da tempo tra i principali pensatori e
animatori dei movimenti sociali legati alla promozione di una diversa
globalizzazione sociale ed economica. Ideatore e fondatore del Contratto
mondiale dell’acqua per la ripublicizzazione dell’acqua, presidente per
due anni dell’Acquedotto pugliese, nel suo ultimo volume (Petrella
Riccardo, Una nuove narrazione del mondo, Emi, Bologna 2007, pp. 190)
offre un contributo molto interessante e articolato al dibattito sulla
globalizzazione. Una nuova narrazione del mondo è il titolo, già
molto stimolante, del volume, redatto come una lunga intervista, suddivisa
in due parti: la prima in cui descrive l’attuale situazione mondiale e le
tappe principali che ne hanno determinato lo sviluppo e la diffusione, la
seconda in cui esprime la sua visione di una nuova e diversa
globalizzazione, fondata su concetti antitetici, umanità, beni comuni,
vivere insieme, come cita il sottotitolo. La
“Teologia universale capitalistica”
“La narrazione _ scrive nell’introduzione _ è
ideologia e qualcosa di più: è il vissuto di emozioni, gioie, sofferenze,
realizzazioni… Il soggetto è sempre collettivo, anche se mediato da
soggetti individuali”. Quella oggi dominante è ispirata a tre forze
maggiori: la fede nella tecnologia, la fiducia nel capitalismo, la
convinzione dell’impossibilità di alternative possibili. Il tutto lasciato
alla libertà di azione degli attori, una sorta di autoregolazione che non
vuole limiti imposti da soggetti esterni. A questo sistema Petrella dà un
nome, provocatore ma al tempo stesso molto evocatore, la teologia
universale capitalista (Tuc), che realizza il sogno del capitalismo e di
una società di mercato competitiva.
Tre i poteri su cui si fonda:
il potere del mercato, dell’impresa e del capitale che hanno l’obiettivo
di costituire una grande mercato delle merci, delle finanze e delle idee.
Tre anche gli strumenti per realizzare ciò: liberalizzazione,
deregolamentazione e privatizzazione, che formano quella che
provocatoriamente definisce la “santa Trinità” e che implica,
rispettivamente, una pesante riduzione dello stato nella possibilità di
stabilire norme, il passaggio di regolazione politica pubblica a luoghi
privati economico-finanziari, la scomparsa del concetto di “bene comune”
sostituito con quello di “utilità pubblica”, che ha valore solo in
funzione dello scambio.
A “oliare” questo sistema spetta alla
tecnologia, cui spetterebbe il ruolo di liberare l’uomo offrendogli nuove
opportunità (di lavoro, di cultura, di tempo libero ecc.), ma che, in
realtà, nel sistema attuale è “soprattutto mirata ad aumentare il potere
di coloro che sono già potenti, quelli che controllano i processi di
finanziamento delle imprese e che possono decidere quale sviluppo
tecnologico promuovere per soddisfare i bisogni dei consumatori”, pubblici
e privati che siano.
La “salvezza” – l’uso di una terminologia
presa dalla teologia cattolica è particolarmente efficace e adeguata per
spiegare un sistema che ha realmente il suo creatore e precisi dinamismi
interni ma con obiettivi antitetici a quelli realmente evangelici – in un
sistema siffatto è la competitività: un vero e proprio obbligo, trasmesso
già attraverso l’educazione, cui è meglio dare il nome di “formazione”, il
cui obiettivo è quello di offrire gli strumenti non tanto per diventare
persone capaci di ragionamento autonomo e di pensiero critico verso la
realtà, quanto individui capaci di competenze richieste dal sistema
economico-finanziario. “Il vangelo della competitività – scrive Petrella –
afferma che il mondo non è fatto di diritti ma di conquiste”, e legittima
l’alta redditività da accordare ai migliori in quanto più esposti al
“rischio”, senza preoccuparsi se chi è in basso riceve sempre
meno.
I produttori di scienza, tecnica e saperi tecnologici sono
inevitabilmente i nuovi padroni, insieme ai manager pubblici di alto
livello, deputati a determinare le regole di controllo delle risorse
nazionali e internazionali, e ai “fabbricanti di idee e di simboli”,
necessari per veicolare all’opinione pubblica la bontà di un tale sistema.
L’abdicazione alla volontà di giustizia
Molto interessante è l’analisi su come si sia giunti a
un sistema del genere. Rimandando a una lettura del volume, in questa sede
ci limiteremo a ricordare, tra le cause, la crisi del welfare una volta
venute meno la crisi delle lotte di giustizia e contro il capitalismo che
lo aveva creato, e la rivalsa dei poteri conservatori che vedevano in esso
un ostacolo all’innovazione e, addirittura, una sorta di immoralità, la
crisi del sistema monetario e finanziario internazionale degli anni
Settanta, le rivoluzioni tecnologiche e il fallimento del socialismo
reale.
Un sistema così costruito e la narrazione che ne sottosta
implica che i diritti non esistano se non come conquiste, che la povertà è
frutto solo della responsabilità personale, che la democrazia sia abdicata
a favore di oligarchie sempre più chiuse, in tutti gli ambiti.
Gli
esiti sono sotto gli occhi di tutti, da quasi un decennio denunciati dai
movimenti sociali di tutto il mondo: una disuguaglianza che invece di
diminuire (come fu nel mondo occidentale nel ventennio in cui il sistema
di welfare adempì al suo ruolo di regolatore di giustizia
economico-sociale) è aumentata, una crisi della democrazia, un prevalere
in ambito economico del sistema finanziario che, ricorda Petrella, impiega
solo l’8% del denaro spostato per investimenti realmente produttivi, a
svantaggio dell’economia reale, l’ideologia dell’impresa sopra tutto, a
svantaggio del lavoro, frammentato, precarizzato, non garantito, la
sostituzione del sistema di diritti con quello di bisogni, come successo
con l’acqua, la sostituzione del concetto di solidarietà con quello di
neocorporativismo. .
Concretamente, le politiche economiche non
sono più i governi a deciderle ma le banche centrali, divenute
indipendenti, cui i governi devono sostanzialmente adattarsi, nella
ricerca spasmodica della “fiducia dei mercati” (e non dei cittadini!), il
sistema della cittadinanza è stato eroso e nella lotta alla povertà si
abdicato al compito di volerla eliminare, come è stato chiaramente detto
alla conferenza sulla finanza dello sviluppo a Monterrey nel 2002, in cui
si cominciò a parlare solo di “riduzione”. “L’idea di un mondo per pochi
fa ormai parte del gruppo dei dirigenti attuali – commenta Petrella –. E’
come se fossimo ritornati all’epoca delle naturalità delle divisioni tra
nobili e plebei, tra liberi e schiavi”. I
fondamenti di una nuova narrazione
Un sistema che viene letto e proposto come inevitabile
ma che tale non può essere, specie se si pensa che tra un ventennio a
esserne soggetti saranno non i sei miliardi di abitanti del pianeta
attuali, ma otto miliardi di persone, e se si considera la sostenibilità
ambientale. “E’ urgente promuovere una nuova narrazione della società e
del mondo. Si può sfuggire a ciò che è imposto dai gruppi sociali
dominanti”, scrive perentoriamente l’autore.
La nuova narrazione,
allora, dovrà fondarsi sui seguenti principi: il principio della vita per
tutti, dell’umanità, del vivere insieme, dei beni comuni, della
demo-crazia, della responsabilità, dell’utopia creatrice.
Ne
consegue alcuni elementi strutturanti della nuova narrazione: fare del
diritto alla vita una priorità, dichiarando “illegale” la povertà, dare al
concetto di eco-nomia il suo vero ruolo, quello di “regole della
casa” da permettere a tutti coloro che vi abitano di viverci degnamente,
promuovere lo sviluppo di beni comuni che andrebbero a definire un vero e
proprio “patrimonio dell’umanità”, riconoscere l’”umanità” come soggetto
politico e giuridico su cui fondare una nuova architettura politica
mondiale, come furono le Nazioni Unite nel dopoguerra, oggi
inevitabilmente in crisi, una nuova fiscalità mondiale, come la tassazione
dei movimenti finanziari internazionali.
Solo un sogno? No,
avverte l’autore, bensì una sfida, un obiettivo cui tendere partendo da
molteplici percorsi, quelli già avviati nell’ultimo ventennio, stimolato
dal fatto che la narrazione dominante negli ultimi dieci anni ha mostrato
di non essere credibile, dando segnali di cedimento, come la crisi
finanziaria dell’est asiatico a fine anni 90, la bolla della new economy,
la necessità di un sistema di guerra permanente per l’accapparamento delle
risorse.
I momenti principali di questa nuova narrazione dovrebbero
essere un’innovazione culturale per meglio definire l’obiettivo che ci si
è posti, l’innovazione pedagogica, per imparare a vedere un mondo altro,
la rivendicazione, come espressione di una domanda sociale, la politica,
da ri-ossigenare, la lotta radicale perché va alle radici degli eventi.
Ciò si potrebbe tradurre in tempi non lunghi in obiettivi concreti come
una nuova economia fondata, tra l’altro, sul controllo dei parlamenti
sulle banche e sul vincolo tra risparmi e investimenti, la proclamazione
della povertà come illegale e la trasformazione del concetto di umanità in
soggetto giuridico.
“La principale sfida planetaria odierna –
conclude Petrella – consiste nel liberare la vita e il funzionamento delle
società dalle logiche della res privata … Il fine è quello di
affermare e reinventare, dal livello delle comunità locali alla comunità
mondiale, forme e percorsi di res publica, cioè la condivisione, la
responsabilità e la cura comune dei beni e dei servizi insostituibili alla
vita e al vivere insieme”.
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