Cesare Zavattini racconta la "Grande Avventura" della sua vita

Giornalista, scrittore, pittore, soggettista e sceneggiatore dei film più famosi di Vittorio De Sica, Zavattini è uno dei protagonisti della nostra vita culturale. Oggi, a settantadue anni, mentre sta scrivendo un altro libro (ha come titolo: «Quella notte che ho dato uno schiaffo a Mussolini e dopo piansi»), ha accettato di raccontare la sua favolosa vicenda umana e artistica. In questa prima parte della sua «confessione», incontreremo un giovane istitutore del Collegio Maria Luigia di Parma, innamorato delle comiche di Charlot. inutile dire che si tratta di Cesare Zavattini. Accompagnati da lui faremo altri incontri sorprendenti: Picasso, Nasser, Fidel Castro... Ma non anticipiamo troppo: rischieremo di guastarci il piacere delle sorprese in questo viaggio nel mondo dell'arte, della pittura, della politica e del cinema.

«Sul tavolo di lavoro ho pochi oggetti: il calamaio, la penna, alcuni fogli di carta, la mia fotografia. Che fronte spaziosa! Cosa mai diventerà questo bel giovane? Ministro, re?
«Guardate il tagli severo della bocca, guardate gli occhi. Oh quegli occhi pensosi che mi fissano. Talvolta provo una viva soggezione e dico: sono proprio io?
«Mi do un bacio sulle mani pensando che sono proprio io quel giovane, e mi rimetto a lavorare non la lena di essere degno di lui...»
Questo lo scriveva quarantaquattro anni fa. Oggi dice: «Forse potrebbe essere l'idea per un film». Lo dice all'improvviso, dopo aver parlato per ore, ininterrottamente, con foga, mentre la sua voce altalenava da toni altissimi a toni bassi, profondi. Forse potrebbero essere lo spunto per un film questi nostri dialoghi durati tre giorni, fra Roma e i colli di Cicerone a Genzano, interrotti da qualche bicchiere di un «onesto» vinello bianco, frizzante, da tante telefonate e da uno splendido tramonto, là, dietro i colli romani. Il soggettista, lo sceneggiatore, il protagonista, il regista sarebbe naturalmente lui, un uomo chiamato Cesare Zavattini. La cinepresa potrebbe fissare sulla pellicola le sue infinite espressioni come infiniti sono i suoi umori. Lo vedremmo sullo schermo mentre convulsamente si aggira per la casa alla ricerca di qualcosa di prelibato da offrire agli ospiti sussurrando: «Il medico mi ha messo a dieta, non posso più mangiare come vorrei, ma lei almeno..». Ci sarebbe poi il «dettaglio» dei suoi occhi azzurri che da dietro le lenti degli occhiali scoprono il vassoio delle tagliatelle appena «fatte in casa» da Mafalda, la fedele domestica pugliese. Poi lo vedremmo anche quando alle nove di sera sta per sedersi a tavola, è colto da un improvviso smarrimento e urla: «Le gocce! Ho dimenticato di prendere le gocce per il cuore!».
Sarebbe un «film che si fa», come dice lui, che nasce così, quasi da sé, durante un lungo colloquio ricco di «flash-back della memoria» che evocano fatti, avvenimenti, situazioni e personaggi: i suoi uomini-idolo. E di personaggi famosi è fitta tutta la vita di Cesare Zavattini. A settantadue anni si può anche accettare di fare una pausa di riflessione, d'interrompere per alcune ore un'attività sempre conclusa, di fermare, si fa per dire perché per lui è impossibile, una fantasia che produce sempre nuove realtà per parlare un po' di sé.
Sul divano sono stesi tanti fogli che Maria, da anni la sua segretaria-dattilografa, ha appena finito di battere a macchina. In uno leggiamo: «Quella notte che ho dato uno schiaffo a Mussolini e dopo piansi». il titolo del libro che sta scrivendo in questi giorni per l'editore Bompiani. Mussolini non lo ha mai conosciuto, uno schiaffo, anche se forse glielo avrebbe dato volentieri, Cesare Zavattini non lo ha mai dato al dittatore fascista, tutto è un pretesto, originale, da cui lo scrittore parte in questa nuova opera che regalerà a chi lo ha scoperto molti anni fa con «Parliamo tanto di me», «I poveri sono matti», «Io sono il diavolo», «Totò il buono». Se c'è una cosa che lo fa arrabbiare, lo irrita proprio - Zavattini è capace di grandi e improvvise collere ma di altrettanto improvvise paci - è scoprire che molti lo conoscono soltanto per il cinema. Per i soggetti e le sceneggiature di film come «Sciuscià», «Ladri di biciclette», «Miracolo a Milano», «Umberto D», «Il tetto» che hanno fatto la grandezza di Vittorio De Sica.
«Se alla gente chiede chi è Zavattini rispondono che è quello che ha fatto quei film là», dice. «Perché? Perché il cinema dà una popolarità maggiore di quella che hanno dato venti libri. Non a caso abbiamo visto dei grandi scrittori meno conosciuti di cattivi cineasti... Ebbene, chi sono io? Sono misterioso. Senza dubbio sono molto misterioso perché sono un uomo e per me non c'è niente di più misterioso dell'uomo».
Sorride. Con una mano si aggiusta sulla testa l'inseparabile basco blu e il suo volto fa pensare a Pietro Nenni.
Cesare Zavattini non avrebbe conosciuto il cinema, non se ne sarebbe innamorato a tal punto da decidere poi di scrivere anche per lo schermo se non fosse esistito Charlie Chaplin, anzi Charlot come ama chiamarlo non soltanto lui.
«L'ho scoperto negli anni Venti quando facevo l'istituto al collegio Maria Luigia di Parma», racconta Cesare Zavattini. «Vidi un film con Charlot e fu una passione, un amore totale, come se avessi trovato in lui chi aveva già espresso tutto quello che avrei voluto esprimere io. Rimasi affascinato da quelle sue favole degli umili che poi però si ribellano. A proposito di Charlot, mi viene in mente un episodio divertente...»

Lo vuole raccontare?

«Dunque, io a Parma tutte le volte che c'era una comica di Charlot volevo andare a vederla. Ma era un grosso problema per via degli orari. Infatti gli istitutori avevano il permesso di uscire soprattutto la mattina quando i cinematografi erano chiusi. Allora la domenica, quando portavo fuori i ragazzi del collegio per la passeggiata facevo una cosa che penso non abbia mai fatto nessuno, cioè portavo i ragazzi al cinema e tutti a mie spese. Sì, siccome loro mi ricattavano dicendo "no, a noi non interessano questi film, non vogliamo venire" io ho pagato più di una volta i loro biglietti pur di vedere Charlot».

Ogni domenica spendeva tutto il suo stipendio...

«In quel periodo guadagnavo abbastanza bene. Lo sa perché? Davo delle ripetizioni private. Ero infatti molto bravo a insegnare l'analisi logica. Avevo capito che era fondamentale per imparare il latino e allora tutti i ragazzi che frequentavano la prima ginnasiale venivano da me. Certo, ero povero, ero in condizioni tutt'altro che agiate eppoi non avevo alle spalle una famiglia che stava bene, senza problemi. Però la mia passione per Charlot fu tale che non era un problema pagare il biglietto del cinema a tutti i ragazzi che erano con me. Debbo dire che erano piuttosto sinceri quando affermavano che non amavano quei film. Cioè, non è vero che Charlot ebbe un successo clamoroso in quegli anni. Non è vero. C'era ancora in Italia una certa difficoltà a comprendere il suo tipo di humour. Lo dimostra un altro episodio che ora le racconto. Io al mio paese, a Luzzara, dove non avevano mai visto una comica di Charlot, ottenni da proprietario del cinema, mi pare che si chiamasse Dini, che proiettasse nientemeno che "La febbre dell'oro". Ebbene, debbo dire che fu un insuccesso non comune. Eravamo intorno al 1929».

 

Poi trascorsero molti anni, Charlot divenne popolare in tutto il mondo, anche a Luzzara, e un giorno lei ha avuto l'occasione d'incontrarlo, di conoscerlo...

Allora, quando facevo l'istitutore, non avrei mai immaginato che questo uomo lo avrei ricevuto io a Roma, parlandogli a nome di tutto il cinema italiano. Questo proprio, anche la più sfrenata fantasia, vanità, non ci sarebbe arrivata a immaginarlo. L'incontro avvenne al Centro Sperimentale di Cinematografia e io detti il benvenuto a Charlot con un breve discorso. Ricordo che là, con questo foglio che mi tremava veramente in mani, cercai di dire in poche parole che, finché c'era Charlot, c'era la speranza che tante cose nuove potessero succedere nel mondo e dicevo anche che il cinema stava lottando, lottava per raggiungere la verità e allora lui mi interruppe e mi corresse. Disse: "Non è solo la verità che deve raggiungere ma è la bellezza". Bello, no? Poi la sera ci fu un grande pranzo al Grand Hotel. C'era tutta la cinematografia italiana, e quando fu il momento del congedo lui si mise davanti alla porta e stringeva la mano a tutti man mano che uscivano. Io, come gli altri, dovevo passare di là e fui preso da una specie di paura. Vede, nella mia vita ricorre spesso la timidezza, io sono timido, ma in fondo non lo sa nessuno, non ci vogliono credere. E lo sa che cosa feci? Cercai un'altra uscita ma non c'era e bisognava per forza passare di lì, da quella grande porta a vetri. Allora uscii in fretta, cercai di fuggire. C'ero quasi riuscito quando venni richiamato indietro. Confuso, tornai indietro, strinsi forsennatamente la mano a Charlot, lui mi disse alcune parole ma ero così imbarazzato che non capii niente, anch'io balbettai qualcosa e poi, via, scappai di nuovo. Capisce? Per me Charlot era troppo grande, era un mito».

Ma questa fuga, Zavattini, non è un po' troppo cinematografica? Insomma, non l'ha inventata?

«No, assolutamente no. Mi è capitato spesso di fuggire da un personaggio che io avevo mitizzato. Pensi che anche la mia prima idea cinematografica, il mio primo vagito, è stata una fuga. Gliela racconto. C'è un uomo, è in strada e ad un certo punto, come comprendendo che nell'apparente quiete dei rapporti umani c'è invece dell'ostilità, comincia a scappare. E la gente lo insegue. Non c'è un motivo, vede uno che scappa, e lo insegue, diventa addirittura una caccia all'uomo. Corrono, corrono, poi lui entra in un vicolo, si ferma, si calma e quell'uomo torna normale».

Allora, se è veramente timido, magari arrossisce davanti alla gente...

«Per molti anni io arrossivo sempre, ero arrivato al punto di arrossire pensando che tutti gli altri si aspettavano che arrossissi. Poi c'è stato naturalmente un calo di questo. Diciamo che dopo i cinquant'anni sono arrossito di meno. Io sono timido, è vero. Guardi, non lo ho mai confessato così esplicitamente ma ormai, arrivato alla mia età... Io sono timido anche se gli altri non ci credono, non ci hanno mai creduto perché un uomo esuberante, che parla forte, che parla molto, che fa tante cose, che è anche capace di essere invadente, è impossibile che sia timido, pensano. Le racconto un episodio. A Roma, Osteria del Gambero, un giorno entro aprendo un po' forte la porta. Cardarelli, il poeta, era seduto ad un tavolo e ha detto a un mio amico che o facevo degli "ingressi trionfali". Pensi un po'. Io, che prima di entrare da solo in un ristorante ero capace di passare davanti all'ingresso due o tre volte e poi di non frane niente. Quando vivevo a Milano, delle sere ho evitato di andare a raggiungere gli amici che mi aspettavano al Savini soltanto per il fatto che dovevo attraversare da solo un pezzo del ristorante. Non ci andavo, inventando poi a me stesso e agli altri mille scuse. In fondo, se un giorno ho cominciato a dipingere è stato per vincere la timidezza».

In che senso?

«La pittura la consideravo un regno proibito, proibito per me al punto che perfino il più modesto artista mi colpiva. Mentre avrei potuto fare l'attore, il cantante, il ballerino, il corridore, l'oratore, il pittore, no, ero convinto che non ne fossi capace e mi dispiaceva...»

Allora era come una sfida...

«In un certo senso, sì. Ma forse non sarei mai riuscito a vincerla se nel 1939 qualcuno non mi avesse regalato una scatola di acquarelli».

Perché questo regalo? Chi glielo fece?

«Allora io ero molto esaurito e il medico mi aveva ordinato un periodo di riposo. Decisi di andare in un paese del bergamasco, ma prima di partire, ero allora il direttore editoriale della Mondadori Walt Disney, riunii i miei collaboratori per dare loro le ultime istruzioni. Mentre parlavamo, mi divertivo a scarabocchiare qualcosa con un pennellino e del colore. Ad un certo punto esclamai: "Mannaggia, come deve essere bello saper dipingere!". Sarà forse stato per questa battuta, insomma quando fu il momento di salutarci Pinonchi mi dette una scatola di acquarelli. "Li provi" disse. "Sono sicuro che la divertiranno, l'aiuteranno a distendere i nervi". Pinonchi era un disegnatore che veniva dal Corriere dei Piccoli e in quella stanza c'era anche un altro personaggio che non avrei mai immaginato che un giorno avrei avuto alle mie dipendenze. Era uno dei grandi personaggi della mia vita e anche del Corriere dei Piccoli: Antonio Rubino. Vecchio, i capelli bianchi, roseo, sempre in gamba, ricordo che aveva una voce forte ma leggermente velata. Se c'era un uomo di una modestia e di una dignità meravigliosa era lui. Era vecchio ma aveva evidentemente bisogno di lavorare e quindi Antonio Rubino dipingeva a colori le storie dei personaggi di Walt Disney. Dunque, salutai tutti i miei amici e partii. A oltre il Colle mi sistemai in una cameretta piccola, modesta. C'era un tavolino vicino alla finestra e appoggiai lì sopra gli acquarelli, senza dar loro quasi peso. E invece poi gliel'ho dato perché li ho aperti, ho preso un bicchiere con l'acqua e ho cominciato a dipingere quello che vedevo dalla finestra: un piccolo cimitero, un cimiterino».

Diventa dunque anche un pittore affermato e così, quando viene a Roma Pablo Picasso, lei è fra quelli che lo accolgono, che stanno con lui. Vuole raccontare quell'incontro?

«Il mio primo contatto con lui è avvenuto in casa di Renato Guttuso. Eravamo in cinque o sei persone, tutte riunite intorno a Picasso e la caratteristica dominante di questo ricordo è che non ho aperto bocca, non ho detto una sillaba. Ma a perché? Guttuso e Cagli, ad esempio, erano alla sua altezza come conoscenze critiche mentre io, invece, di pittura non potevo parlare, ero un autodidatta, eppoi in quel momento mi ricordavo di tutto fuorché di essere un pittore. Dalla casa di Guttuso andammo poi a fare una passeggiata. Durante questa camminata Picasso fece una cosa divertentissima. Lo sa che fece? Finse di prendere una bicicletta che era appoggiata a un muro: era una maniera gentile per ricordare il mio film «Ladri di biciclette». Ci fu un grande pranzo in un famoso ristorante. Ricordo che il posto era lontano, molto lontano da Picasso e desideravo invece andargli vicino. Ma alla fine ci riuscii e ricordo che ero proprio accanto a lui. Ero felice. Felice anche perché avevo in animo di chiedergli se mi faceva un quadrettino per la mia collezione. Stavo per chiederglielo quando Paola Masino, una cara amica e una narratrice importante, si avvicinò a noi due e, dandomi degli scapaccioni affettuosi, disse a Picasso: "Guardi che questo qua è uno ricchissimo, sa? Se le domanda qualcosa tenga presente che è ricchissimo questo signore". Paola aveva intuito che io volevo chiedergli un quadretto ma rovinò tutto con la sua uscita, mi bloccò. Picasso non rispose, si limitò a sorridere e intanto lui disegnava dietro un foglio, non ricordo bene se era il menu. Disegnava una ciociara. E a questo punto avvenne una cosa che vorrei essere bravo a descrivere. C'erano quaranta persone a quel pranzo e tutte, vedendo che Picasso disegnava, si ponevano mentalmente la stessa domanda: "Che cosa ne farà poi del disegno?". Si capiva che c'era nella conversazione come un calo, una tonalità più sotto, come per tenere d'occhio questo disegno. Ebbene, improvvisamente un critico, di cui io conosco il nome e il cognome ma non glielo dico perché temo di fargli dispiacere, si alzò, si avvicinò a Picasso proprio mentre lui tracciava sul foglio l'ultimo segno, piombò proprio nel momento in cui il disegno doveva andare a qualcuno. Capisce? A chi l'avrebbe dato? Magari ad un cameriere, era un uomo da poterlo fare. E invece questo critico, che è un uomo illustre, un illustre saggista, dette come avvenuto che questo disegno dal tavolo dovesse passare nelle sue mani come una colomba. È andata. Un momento di silenzio e il miracolo è avvenuto. Un disegno di Picasso era passato così nelle mani di uno dei quaranta invitati e allora, per reazione, tutti a parlare più forte ma in realtà erano quaranta sconfitti. Una cosa così favolosa come avere un Picasso gratuitamente si è svolta così, in un modo semplice, per la tempestività, non calcolata, del critico mentre tutti erano in agguato. E direi che fu geniale alzandosi e avvicinandosi al momento giusto perché battè tutti, proprio tutti».

 

CESARE ZAVATTINI RACCONTA LA "GRANDE AVVENTURA" DELLA SUA VITA - Seconda Puntata

«...I dolci del Quirinale finirono
dentro la borsetta di mia madre» 


Ma nel palazzo del Presidente della Repubblica non ci fu soltanto l'innocente razzìa di pasticcini. Una sera c'erano Gromiko, Agnelli, Guttuso, Andreotti. A Quest'ultimo, lo scrittore disse arrabbiatissimo... No, meglio che lo leggiate come ce lo ha raccontato Zavattini. Continuiamo con lui lo straordinario viaggio nel mondo della cultura, dove incontreremo tutta una serie di personaggi famosi.

«Lei pensi che il medico mi ha ordinato di non parlare e in vece sono qui che non riesco a stare zitto. Mannaggia... Ricordo che il giorno in cui mi fece questa raccomandazione poco dopo venne a trovarmi un amico e parlai ininterrottamente per dieci ore. Pensi un po'?!» Disubbidire è quasi una vocazione per cesare Zavattini. Infatti, la vita di «sempreverde Za!», come lo hanno definito alcuni amici, è punteggiata di fatti, atteggiamenti, iniziative fuori della norma. Delle vere e proprie disubbidienze all'ordine «naturale» e talvolta logico delle cose perché Cesare Zavattini ha sempre fatto quello che il suo carattere - è un uomo irruente e istintivo - ha ritenuto giusto, senza preoccuparsi delle convenzioni, senza temere gli errori. «Ah, ne ho fatti, ne ho fatti...», dice. «Anch'io ne ho commessi molti di errori però, vede, non cambio mai una virgola delle cose che faccio... Mai!! Mentre invece noi italiani siamo specialisti in questo... non è la verità che conta in Italia ma il modo con cui viene detta la menzogna». Ma i momenti dell'amarezza hanno una durata breve in Cesare Zavattini. Per un attimo, quasi in un lampo, il suo volto assume un'espressione cupa, pensosa, poi ecco un sorriso improvviso, negli occhi gli ritorna la gioia: è scoccata un'altra scintilla nella sua memoria... «Lo stesso entusiasmo, la stessa gioia che provai quando scoprii i film di Charlot, l'avevo sentita prima quando andavo a vedere il "varieté"», racconta Cesare Zavattini. «Ricordo che nel 1917 ero a Roma e andavo sempre al "varieté, anche tre volte al giorno, a tutti gli spettacoli. In quel periodo era una passione veramente smodata la mia e ricordo che ci volevano sempre molti soldi. Ma avevo trovato un'alleata preziosa in mia madre che sottraeva i soldi dalla cassa familiare per finanziarmi e allora, quando si succedevano sul palcoscenico gli idoli, io ero sempre lì ad applaudirli».

Chi erano i suoi preferiti?

«C'era Viviani, ma soprattutto Ettore Petrolini che io adoravo. Vede, ho fatto in tempo a vivere la fase innocente, la fase della pura ammirazione verso dei miti e poi la sorte ha voluto che li conoscessi questi personaggi, in una maniera che neppure la mia immaginazione, e ne sono provvisto, poteva prevedere».

Ettore Petrolini quando lo ha incontrato?

«Esattamente venti anni dopo, faccia conto che si fosse intorno al 1935. Io mi occupavo dell'Almanacco Letterario Bompiani e proprio quell'anno venne pubblicato lì sopra qualcosa di critico su Petrolini. Seppi che lui si era molto offeso di questo e ne fui dispiaciuto. Allora pensai di andarlo a trovare, volevo incontrare Petrolini per spiegargli che quanto era stato pubblicato non voleva essere un attacco contro di lui ma semplicemente un contributo critico. Ebbene, ottenni un appuntamento e andai da lui. Quando arrivai a casa sua era un momento veramente drammatico. Ettore Petrolini aveva appena avuto un improvviso attacco di angina pectoris ma non volle che andassi via, mi disse di aspettare e, nonostante tutto, più tardi, volle parlarmi. Ricorderò sempre quest'uomo offeso, disteso su un sofà che mi parlava mentre invece sua moglie gli diceva di stare zitto, di riposare. Io ero ridotto a uno straccio mentre difendevo lo spirito dell'Almanacco Letterario, mentre cercavo di convincerlo che non si era voluto offenderlo, proprio lui, un uomo che idolatravo. Questo è stato uno degli incontri più impressionanti che abbia mai avuto. Petrolini offeso, ma offeso a tal punto a dominare il male, da non aver paura del male, da mettersi a parlare con me invece di stare fermo e quieto».

Ci sono stati nella sua vita, Zavattini, altri incontri che non sono andati come aveva immaginato, in cui, o per colpa sua o per altri motivi, qualcosa è andato storto?

«E' accaduto con Andreotti, al Quirinale, durante un gran pranzo e io gli dissi una cosa atroce...»

Mi racconta l'episodio?

«Siamo durante la visita di Gromiko in Italia [ndr: nel novembre 1970]. Al Quirinale c'è un gran pranzo con Saragat, Gromiko, i ministri, i sottosegretari e una ventina, anche meno, di grandi industriali. Da Agnelli, a Borletti, a Ducati. Io sono seduto fra Borletti e Ducati. Ricordo che Borletti esprimeva dei pareri ironici su questa presenza di Gromiko al Quirinale come se fosse un segno dei tempi abbastanza problematico. Devo dire che, contrariamente alle mie abitudini, non dissi niente mentre Ducati sviò il discorso su temi innocui. Ricordo il gelato, anche. Siccome mio padre era un bravo gelatiere fin dall'infanzia sono cresciuto esigentissimo in fatto di gelati e devo dire che, benché il resto fosse buono ma normale, i gelati erano veramente superbi. Avrei voluto dire al cameriere di darmene un altro o addirittura prendermi quello di Ducati che ne aveva lasciato metà ma, insomma, certe cose non si possono fare. Non era la prima volta che ero al Quirinale, c'ero già stato in occasione del famoso due giugno e ci avevo portato anche mia madre, là, in questo grande prato...»

Vive ancora sua madre?

«Sì e ha novantatré anni, pensi un po'... Ricordo che a mia madre offrirono dei dolci e lei disse: "Non li mangio ora, li metto nella borsetta". Lo stava per fare veramente e allora io cacciai una specie di urlo. "No!", gridai. E aggiunsi subito: "Mamma, se ti vedono che metti i dolci nella borsetta...". "Ma io non li mangio ora eppoi sono miei", replicò. "No, non farlo per amor di Dio", la pregai. Insomma, mia madre è molto più disinvolta di me, questa donna vecchissima, questa donna che ha un passato di casalinga, di cuoca, di lavoratrice. Era assolutamente a suo agio in quell'ambiente e al mio no, che ha fatto voltare qualcuno, lei ha finito per obbedire al figlio autorevole... Ma a parte quel ricevimento io non avevo mai mangiato al Quirinale, in quello che per noi era ancora il palazzo del re».

Come mai era stato inviato a quel pranzo con Gromiko?

«Perché ero uno dei quattro presidenti dell'Associazione Italia-Urss Gli altri erano Guttuso, Busoni, Barbieri. Ricordo che dietro le spalle di Gromiko e di Saragat c'era un personaggio seduto che non mangiava. Quando compresi che si trattava dell'interprete mi venne in mente una cosa. Pensai di fare una storiella in cui un interprete traduce tutto il contrario di quello che i personaggi dicono e... fu così che scoppiò una guerra. Probabilmente, non è da escludersi che qualche guerra sia stata fatta scoppiare in questa maniera... Dunque, finito il pranzo, tutti si trasferiscono nelle salette adiacenti, anch'io stavo per fare lo stesso quando Andreotti mi chiamò. Ci siamo salutati subito, molto cordialmente perché non era la prima volta che c'incontravamo. L'avevo incrociato nel guardaroba del Grand Hotel in occasione della cena in onore di Charlot eppoi io avevo chiesto una volta un favore ad Andreotti e lui me lo aveva fatto».

Quale favore?

«Gli avevo chiesto di fare una strada. Adesso non ricordo bene ma la sostanza è che riuscii a fargli fare una strada per un paesino di montagna, Cerreto Alpi, e quindi i miei rapporti con Andreotti erano buoni anche se non avevamo mai veramente parlato insieme».

E quel giorno che cosa vi siete detti?

«Ebbene, mi chiama, stretta di mano, sorriso reciproco, ricordo probabilmente fulmineo della strada e poi dico: "Senta, Andreotti devo dirle una cosa. Bisogna che gliela dica, guardi che non intendo offenderla ma gliela devo dire. Lei ha voluto sgarrettare il cinema italiano e c'è riuscito!". Mi fermo, forse ho aggiunto qualcosa per illustrare il mio punto di vista ma proprio in quel momento sono entrati in scena Busoni e Barbieri che hanno chiesto qualcosa ad Andreotti e lui ha risposto cordiale. Ma io li ho addirittura interrotti dicendo: "Scusate vi lascio, devo andare!" Li ho salutati, ho voltato le spalle e ho infilato il lungo corridoio facendo appena in tempo a vedere Fanfani che parlava animatamente nel vano di una finestra e Guttuso quasi portato via di peso in un salottino dove veniva servito il caffè, dal presidente Saragat. Dopo pochi secondi ero nel grande scalone con i corazzieri immobili quasi come statue e io solo, assolutamente solo e già in fermento e, devo dire, scontento di me. Passa qualche tempo e un giorno Andreotti mi manda un suo libretto, uno dei suoi volumetti calibrati, scritti anche con sapienza. "Ecco l'occasione per sistemare quella pendenza", pensai. Lessi il libro e gli scrissi una lettera in cui, tra l'altro, mi scusavo di quell'assalto al Quirinale e del modo brusco con cui mi ero congedato ma senza rinnegare una parola di quello che gli avevo detto».

Che cosa aveva fatto Andreotti contro il cinema italiano?

«Andreotti aveva capito benissimo che cosa il cinema italiano avrebbe potuto rappresentare se si fosse sviluppato di pari passo con tutti gli obiettivi della Resistenza, come un modo nuovo di concepire la realtà italiana. Quando i politici si accorsero che il naturale sviluppo del cinema italiano era in contrasto con la visione politica di chi deteneva il potere cominciarono a contrastarlo. Andreotti non ha inventato la lotta al cinema italiano, ma l'ha fatta perché la politica dominante era automaticamente contro questo cinema. Si potrebbe dire che Andreotti aveva una tale autorità che intervenne anche quando non aveva uno specifico incarico nel settore».

Mi può fare degli esempi concreti di questa lotta contro un certo tipo di cinema italiano?

«Le cito il caso di un mio soggetto. Si intitolava "Lo schiaffo" e venne bloccato perché semplicemente c'era un cameriere che seguiva il proprio padrone per dargli uno schiaffo e prospettava, in un certo senso, la lotta di classe. Fu una cose che mi fece venire in mente un altro mio soggetto che era stato bloccato sotto il fascismo. Allora mi avevano proibito di realizzarlo perché alla fine un padrone, dopo averlo sfruttato, licenziava un suo operaio. Pensi, era un film che avrei dovuto girare con De Sica, si sarebbe intitolato "Diamo a tutti un cavallo a dondolo". Dunque, anche dopo la guerra, il vecchio regime prendeva delle rivalse attraverso la burocrazia che era sempre quella fascista e chi aveva in mano il potere la lasciava fare perché in fondo questo zelo non infastidiva della gente che aveva già virato di bordo».

 

CESARE ZAVATTINI RACCONTA LA "GRANDE AVVENTURA" DELLA SUA VITA - Terza Puntata

«Io e Fidel Castro in un ristorante
proprio come due clienti qualunque»



E' accaduto a Cuba e Zavattini ricorda ancora con emozione quella sera: «...parlammo di Giovanni Papini di cui aveva letto la "Storia di Cristo" quando era allievo in un collegio di gesuiti. Mi affascinò: mi ricordava Garibaldi». Dall'incontro con il capo della rivoluzione cubana alla sera in cui lo scrittore italiano scordò di andare all'appuntamento con il presidente egiziano Nasser: continua una divertente carrellata di ricordi ricca di personaggi famosi e di episodi che leggerete con piacere. .

Sembra una casetta disegnata dalla sua fantasia. Piccola, bassa, bianca, l'alta siepe che la circonda, il giardino con le rose rosse che lui ama tanto, e quel terrazzo che dà su una vallata fitta di vigneti, quasi il «palco reale» per assistere allo spettacolo più bello della natura: il tramonto. Cesare Zavattini lo mostra con orgoglio. Nei pochi minuti in cui osserviamo, in silenzio, la grande palla di fuoco che scompare dietro le colline, sul suo volto c'è tutto lo stesso stupore dei «suoi poveri» che in «Miracolo a Milano» - li ricordate? - assistevano al tramonto dal loro villaggio di baracche.
I nostri colloqui con Cesare Zavattini riprendono qui, nella villetta ai Colli di Cicerone, vicino a Genzano, dove si è rifugiato per scrivere. Spesso nascono così, nella pace dei colli romani, le sue meravigliose storie, le sue poesie. Scrive dal pomeriggio a notte inoltrata, talvolta fino all'alba. Quando gli viene una buona idea, l'appunta subito, basta un disegnetto rapido o una sola parola. E i fogli delle sue idee sembrano strane carte geografiche, un caotico intreccio di parole, segni indecifrabili, e magari in una di quelle pagine c'è già tutto un libro.
Caparbio, talvolta quasi intrattabile, Cesare Zavattini man mano che passano gli hanno ha paura soltanto di una cosa. Teme che qualcuno lo scambi per un vecchio, per un uomo che vive soprattutto di memorie, di ricordi. E' uno scherzo della timidezza perché a settantadue anni la sua giovinezza si misura con il ritmo frenetico della vita che conduce, con il lavoro che compie incessantemente: molte conferenze da un capo all'altro dell'Italia, nuovi libri, nuovi progetti di film, nuovi quadri.

UN FILM
CHE NON FU FATTO

«Ora ho voglia di fare dei ritratti», rivela. Sogna anche di realizzare un desiderio che ha da tanto tempo: imparare a suonare il pianoforte. «Ne ho acquistato uno, recentemente. Lo tengo nella mia casa di Luzzara», racconta Cesare Zavattini. «Io non so farci niente ma, dico, mi metto lì davanti al pianoforte, con le mani alzate sui tasti, a mezz'aria e aspetto. Spero che mi succeda come quelli che la sera vanno a letto e la mattina si svegliano che sanno parlare il sanscrito, cioè spero, improvvisamente, di cominciare a battere sui tasti e saper suonare. Sarebbe bello, no?».
Se c'è una cosa invece che a Cesare Zavattini non importa niente è di non aver mai imparato a guidare l'automobile. Ci aveva provato una ventina di anni fa. Aveva cominciato a prendere delle lezioni di guida e alla decima l'istruttore disse: «Adesso spinga il pedale della frizione e ingrani la prima».
«E qual è il pedale della frizione?», chiese seraficamente Zavattini.
«Come, dopo dieci lezioni non lo sa ancora?», replicò stizzito l'istruttore. «Guardi, le consiglio di lasciar perdere con la patente...».
Nella sua vita, ricca di tanti miracoli della fantasia, Cesare Zavattini ha incontrato anche un «eroe». «Un eroe vero, ha capito? Esistono gli eroi, sì esistono!», esclama con foga mentre le sue mani cominciano ad agitarsi turbinosamente nell'aria e il volto diventa un caleidoscopio di espressioni che passano dallo stupore alla gioia, alla nostalgia. L'eroe di cui parla, l'origine di tanta eccitazione è Fidel Castro. Quando nel dicembre del 1959 andai a Cuba, Fidel Castro era arrivato all'Avana a un anno», racconta Cesare Zavattini. «La sua era stata una marcia dal Sud delle più travolgenti. Mi sono fermato nell'isola circa due mesi e ho avuto la fortuna, appena arrivato, di vederlo durante un processo dove lui era testimone contro uno dei capitani che avevano tradito la rivoluzione. Quindi, pensi, un uomo che viene dall'Europa, da un'Italia un po' ideologicamente stanca, da un'Italia già avviata in un clima di restaurazione e giunge proprio nel cuore di uno di quei fatti che sembrano inventati. Cioè arriva in un Paese dove un gruppetto di uomini, una favola addirittura, aveva abbattuto un regime, quello di Batista, che aveva alle spalle, consenziente e connivente, nientemeno che l'America. Mi trovavo dunque nel cuore di una rivoluzione vittoriosa e che aveva veramente qualcosa di garibaldino», prosegue Cesare Zavattini. «Io sono uno dei tanti che si è atto un mito di Garibaldi e addirittura sono straordinariamente felice che lui sia un italiano. Ebbene, Fidel Castro, pur di una natura, di una formazione culturale diverse, mi richiamava alla mente proprio Garibaldi. Io, nel 1959 ero andato a Cuba su invito dell'Istituto del Cinema perché portassi la mia esperienza ai giovani cineasti dell'isola e facessi con loro dei progetti. Ed uno era maturato proprio negli ultimi tempi, si chiamava: "Revolucion a Cuba". Volevamo fare un film che raccontasse la rivoluzione. C'erano ancora tutti i protagonisti, i segni delle pallottole sui muri, le case sventrate, c'erano ancora le gioie e i dolori e quindi era tutto fresco, da cogliere immediatamente. Allora si potevano ricostruire le tappe della rivoluzione punto per punto, con la collaborazione di tutti quelli che si trovavano lungo il cammino, quindi era il tipico film "insieme" che avevo tanto vagheggiato».

Lo girò quel film?

«No, non lo feci. Ho perso un'occasione che non si sarebbe più ripresentata è il mio rimpianto. Per girarlo sarei dovuto restare a Cuba molti mesi e io allora dovevo rientrare a Roma perché avevo già un impegno con De Sica e Ponti che era la riduzione cinematografica de "La ciociara" di Alberto Moravia. Pensi un po' il caso. La Ciociaria con questo film entrava ancora una volta nella mia vita. o, à, ad Alatri, avevo fatto tre anni di liceo, sempre là, a Boville Ernica, mi ero rifugiato con la famiglia durante la guerra, nella "Ciociaria colore di prugna...", come ha scritto quel grande poeta ciociaro e mio grande amico che è Libero De Libero. Anzi, ricordo di aver visto proprio Moravia nel pieno della guerra, alla stazione Termini, quando un giorno, malinconicamente, in mezzo a tutti i guai, nel cuore dei disastri romani, partiva insieme con Elsa Morante per il suo esilio in Ciociaria. Quel giorno non lo salutai, non ci si salutava allora, avevamo tutti dei problemi».

Parliamo ancora di Fidel Castro, Zavattini. Lei lo ha visto, lo ha incontrato, lo ha conosciuto...

«La prima volta che l'ho visto è stato appunto a quel processo che è durato ore ed ore, subito dopo il mio arrivo all'Avana. Si svolgeva in un cinematografo. Sul palcoscenico c'era il tribunale ed è arrivato Fidel Castro a testimoniare, grande, imponente. Per dodici ore, credo, è rimasto lì, sul palcoscenico, quasi quanto ho voluto io. Pareva che la sorte volesse convincere me, un piccolo borghese della bassa padana, e dirmi "ma guarda che è vero". Quel giorno non l'ho conosciuto, non ci ho parlato, ma l'ho potuto osservare come al rallentatore in questa forma di eroe e di giustiziere. Poi, dopo il processo, l'ho rivisto quasi subito. E' stato in grande pranzo, quasi natalizio, in un albergo. C'erano cento persone e io ero nello stesso tavolo di Fidel Castro, ma ero sempre nella fase dello stupore, anche se lui non faceva niente per meravigliare gli altri, e ricordo che per tutta quella sera ho sempre taciuto. Passa qualche tempo e una notte, all'Avana, l'ho rivisto. C'era un capannello di gente in strada dal quale usciva del fumo: era quello del sigaro di Fidel Castro, lui fuma molto. Ma non ho avuto il coraggio di avvicinarmi. Mi sono fermato e l'ho osservato mentre parlava con questa gente, una ventina di persone. Chiacchieravano tranquillamente delle loro cose e poi, ad un certo punto, zac...via! E andato via in automobile. Ma alla vigilia della mia partenza da Cuba l'ho trovato di notte in un ristorante e sono stato con lui a mangiare, a tavola, due o tre ore con lui, con un eroe».

Questa volta ha allora avuto il coraggio di parlare con Fidel Castro...

«Sì. Ricordo che con Fidel Castro c'erano due persone. Uno era il fratello Raoul e l'altro un ministro. Lui era a capotavola e io sedevo al suo fianco, con le spalle rivolte verso il muro. Mi colpì il fatto che Fidel Castro ricordava dell'Italia Giovanni Papini. Lui era stato a scuola anche in un collegio di gesuiti e aveva studiato la letteratura italiana, ma naturalmente in un certo modo... Il Papini che conosceva era l'autore della "Storia di Cristo" mentre gli dissi che per me Papini era l'autore di "Un uomo finito" che avevo letto da ragazzo e che mi aveva profondamente colpito. Ricordo che Fidel Castro mangiava molto volentieri elle ostriche e che ad un certo punto lui e suo fratello s'ingolfarono in una discussione su una questione che in quei giorni era molto importante. Non ricordo esattamente che cosa, ma faccia conto che era uno dei momenti della tensione con l'America. Direi che era una cena dove, nonostante l'ospite, Fidel badava agli affari suoi».

LA CASA
DI HEMINGWAY

«Tutto comunque si svolse con semplicità, in un ristorante, dove c'era altra gente, altri tavoli affollati e ogni cosa si svolgeva in maniera tranquilla. quindi, tutto questo mi permetteva di liberarmi dal mito per lui. Non era facile perché io, durante la mia infanzia, la mia giovinezza, non ho fatto altro che crescere nell'eroe: prima ero stato Sandokan, quello di Salgari, quindi l'eroe dei polizieschi, Pinkerton, e ora c'era lui, l'eroe della politica. Avrei voluto chiedere a Castro se aveva conosciuto Hemingway. Sa; aveva una casa a Cuba, ma me ne dimenticai. Così parlammo di una cosa che era ingenua da parte mia. Volevo che facesse un viaggio in Italia. Tutto questo era persino inopportuno perché quello non era il momento politico migliore per pensare che potesse venire... Pensi un po'?! Certe volte faccio delle cose che poi non so neppure io perché le faccio. Mannaggia! Come quando andai in Egitto...».

Che cosa combinò allora?

«Sono in Egitto chiamato per un grosso progetto cinematografico sul Nilo. Mi danno un aereo, nientedimeno che un aereo tutto a mia disposizione, vado a vedere le cascate e quella sera mi aspetta Nasser, alle otto precise. Ma io incontro per caso alle cascate il maestro Lavagnino. Lui era molto stanco e doveva proseguire per Luxor. Allora gli dico: "Ti accompagno con il mio aereo!". Siamo andati a Luxor e ho fatto tardi all'appuntamento, me ne ero completamente dimenticato. L'indomani mattina dovevo rientrare in Italia e non ho potuto fare altro che una telefonata di scuse. Ha capito? Nasser ha aspettato me. Invano»..

 

CESARE ZAVATTINI RACCONTA
LA "GRANDE AVVENTURA " DELLA SUA VITA - Quarta e ultima puntata

«Ero un giornalista strapagato:
guadagnavo settemila lire al mese»

Non sorridete, erano i tempi n cui gli italiani cantavano «Se potessi avere mille lire al mese». In questa ultima puntata incontriamo altri personaggi prestigiosi del mondo della cultura (René Clair, Giorgio Strehler, gli editori Bompiani, Rizzoli e Mondadori) ma soprattutto possiamo conoscere fino in fondo il personaggio di «sempreverde Za'» che ci ha accompagnato in questo viaggio appassionante. Lo è stato anche per voi? .

NELLA STANZA
DEL "TESORO"

«Venga con me», dice alzandosi di scatto alla poltrona di pelle marrone. «Le voglio far vedere una cosa». Cesare Zavattini percorre velocemente un lungo corridoio, apre una porta sul fondo ed eccoci in una stanza piccola, rettangolare, tutta scaffalature alle pareti. Qui dentro c'è il suo «tesoro». In gonfie buste color giallo paglierino, in grossi volumi di appunti è raccolta un po' tutta la sua attività letteraria. «Io non so perché ho cominciato a scrivere», si chiede Cesare Zavattini guardandosi intorno. «Non avevo alcuna direttiva di marcia e non l'ambizione. Perché, vede, un uomo non è che dica: "Voglio diventare un grande scrittore". Un uomo si muove pensando semplicemente di fare qualcosa d'importante. Il mio era il caso di una persona che aveva delle energie e che avrebbe voluto esprimerle in maniera vittoriosa. Però debbo dire che non ho mai piegato le ginocchia! Questo è importantissimo per me perché, a settantadue anni compiuti, posso affermare che non ho mai fatto dei compromessi, che ho seguito cioè in ogni caso il mio istinto di scrittore senza cercare mai il successo».
Se i nostri colloqui con Cesare Zavattini fossero veramente l'idea per un film, come ha detto lui, questa improvvisa visita nella sua stanza del «tesoro», queste sue riflessioni a voce alta introdurrebbero un momento velato di tristezza. Mostrerebbero lo scrittore che, di fronte alla testimonianza di quasi cinquant'anni del suo lavoro, cerca di dimenticare le noie di una salute che ovviamente non è più quella di un tempo. Infatti, soltanto poche ore prima Cesare Zavattini si trovava in una clinica romana. La stessa nella quale mesi fa ha subito n delicato intervento chirurgico. devo andare a farmi togliere un punto che mi dà fastidio, aveva annunciato la sera precedente chiedendoci di accompagnarlo dalla villetta di Genzano a Roma. Ma aveva subito aggiunto con un sorriso rassicurante: «Non è niente di particolare, mi ci vorrà un'oretta eppoi, nel pomeriggio, riprenderemo i nostri colloqui. Ma togliere quel punto non è stato così semplice come pensava. Gli hanno dovuto fare l'anestesia, si è trattato di una breve esperienza che comunque l'ha un po' spossato, intristito anche se fa di tutto per nasconderlo.

LA SUA MEDICINA
INFALLIBILE

Una tristezza che, nonostante i suoi sforzi, riemerge quando mostra un piccolo block-notes assumendo l'espressione soddisfatta e ironica di chi ancora una volta l'ha fatta in barba a qualcuno. In quelle paginette, zeppe di appunti e di disegni, riempite di nascosto dai medici, ha raccolto la storia delle sue idee durante la luna esperienza in clinica di alcuni mesi fa. Un disegno, fra tutti, è il più emblematico dello stato d'animo di allora. Poco prima di entrare in sala operatoria aveva visto dalla finestra ella camera una gru al lavoro in un cantiere vicino. L'aveva disegnata subito, ma aggiungendoci un omino che pendeva, impiccato, da quel marchingegno d'acciaio.
Cesare Zavattini ha però una medicina infallibile per dimenticare le noie della salute e delle prescrizioni mediche. La trova nella sua fantasia, nella sua inesauribile creatività. Allora basta che cominci a inseguire una nuova idea o affiori nella sua mente un nuovo ricordo per fargli subito dimenticare tutti i malanni di questo mondo.
«Qualche volta sono anche un po' dispersivo», ammette. «Metta il caso di un progetto, un grosso progetto teatrale che alcuni anni fa avevo fatto per Giorgio Strehler. Si intitolava "Si può fare una poesia alla vigila di una guerra". Ne scrissi subito trentuno pagine e andavano benissimo, Strehler ne era entusiasta. Poi ne feci altre enti e poi... mi sono bloccato. Ogni tanto mi prende una nuova idea e questo mi dà il pretesto di passare ad altro, di fuggire dagli impegni. Le sembrerà incredibile ma io penso mattina, notte, sera a quello che voglio dire o scrivere. Sempre. Pensi un po'?! Quando devo preparare un discorso, delle volte ci metto anche dieci giorni. Facci, rifaccio...»

Quello delle conferenze è un aspetto abbastanza inedito della sua attività. Tra i tanti discorsi che ha tenuto c'è qualcuno che ricorda particolarmente?

«Sì, a Parigi, quando parlai in una grande manifestazione. C'erano tutti i cineasti, pensi, e feci il mio discorso in un francese che non so. Parlai adagio, mescolai anche un po' d'italiano ma riuscirono ugualmente a capirmi. Ricordo che parlai del "cinema utile" e che osai fare piazza pulita di tanto cinema, compreso quello di René Clair».

E l'interessato come reagì?

«Allora non avrei mai immaginato che proprio lui, un personaggio che ho ammirato molto, un giorno avrebbe bussato alla mia porta, proprio qui in via Angelo Merici, per chiedere il mio parere su un copione. E quella fu una cosa meravigliosa perché io ho sempre saputo ammirare gli altri».

Conferenziere, scrittore, poeta, soggettista e sceneggiatore cinematografico, pittore, ma l'elencazione delle sue molteplici attività non è finita quei, Cesare Zavattini. C'è stato un momento della sua vita in cui faceva soprattutto il giornalista. Erano gli anni Trenta...

«Io ho delle cose un po' favolose nella mia vita o almeno le considero come tali. E come giornalista mi è successa una di queste. Si tratta di un fatto che non ho mai raccontato a nessuno, è assolutamente inedito. Cioè lei pensi che nel 1933, come giornalista, guadagnavo addirittura duemilacinquecento lire al mese! Lavoravo da Rizzoli da cinque anni e che cosa facevo? Dirigevo tre o quattro giornali, avevo avviato la collana degli scrittori giovani inaugurandola con Carlo Bernari e stavo preparando il giornale umoristico che sarebbe stato il padre del "Bertoldo". Umoristi come Carlo Manzoni e Giovanni Guareschi me li ero allevati io. Dunque, mancava un mese all'uscita del giornale quando volli regolarizzare la mia posizione. Infatti non ero ancora iscritto al sindacato dei giornalisti e francamente non era giusto. Per farlo, ci voleva il visto della casa editrice che in genere stentava a darlo. Io lo chiesi a Carlo Ravasio che però me lo dette subito. E allora arrivò quella mattina che non dimenticherò mai. Io sto per partire per Roma quando incontro l'editore sul pianerottolo delle scale.
"Signor Rizzoli", lo chiamo.
"Venga, venga pure, Zavattini", risponde e mi fa entrare nel suo studio.
Angelo Rizzoli mi voleva molto bene, mi trattava quasi come uno della sua famiglia e debbo dire che mi aveva favorito in tutto. Quando sono nel suo studio gli dico subito:
"Senta, io ho appena avuto la notizia ufficiale che da oggi sono iscritto al sindacato dei giornalisti".
"E lei non me lo ha detto?"
"Glielo dico adesso, signor Rizzoli, ho appena avuto la notizia".
"Va bene, allora lei può andarsene".
Un minuto di silenzio, mi sono alzato, sono andato nel mio ufficio, l'ho detto agli amici e ho cominciato a radunare le mie cose. Dopo un'ora Rizzoli mi richiama.
"Ma perché Zavattini ha fatto questo senza dirmelo, come se lo facesse contro di me?" mi ha detto.
"Non l'ho fatto contro di lei, signor Rizzoli..."
"Ma ha fatto una cosa che non doveva".
Era offeso. E ha aggiunto: "Mi dispiace... Le debbo dire che posso fare a meno di lei".
La notizia del mio allontanamento si è sparsa subito e la sera stessa ero già stato assunto da Mondadori come direttore editoriale dei periodici. Dopo un anno ricevo una telefonata da Calogero Tuminelli che mi chiede di andare a casa sua quella sera stessa. Ci vado, alle nove, e mi dice: "Zavattini le devo dire una cosa che nella vita non le capiterà più. Sa? Ci pensi bene. Eh? Mio tramite Rizzoli le offre settemila lire nette al mese, le dà la direzione di tutti i suoi periodici e, se ne fa dei nuovi, lei avrà una percentuale anche su quelli".».

Lei che cosa fece? Accettò?

«Si era già diffusa la notizia che la mattina dopo a Milano ci sarebbe stata una bomba in campo editoriale. E la bomba ci fu perché dissi di no.
"Non è possibile!", reagì Tuminelli.
"Non posso", risposi. "Ho già un impegno. Come faccio a sganciarmi?"».

Non se ne pentì?

«Diciamo la verità, fu uno sbaglio il mio perché non dovevo dare una risposta subito. Un altro avrebbe chiesto ventiquattro ore per riflettere... Insomma, feci così e quella notte telefonai a Valentino Bompiani, l'editore dei miei libri oltre che carissimo amico, e gli raccontai tutto. Lui avvertì Mondadori che si trovava a Roma e la mattina dopo, a mezzogiorno ricevetti una telefonata da Arnoldo Mondadori in persona. "Zavattini, ho saputo quello che ha fatto", mi disse. "Voglio rassicurarla che non perderà nulla. La ringrazio molto e il suo gesto non lo dimenticherò più".».

Ottenne allora, nel 1936, quel favoloso stipendio di settemila lire al mese da Mondadori?

«Sì. Qualche mese dopo ci fu una grande riunione all'Excelsior di Roma e là Arnoldo Mondadori decise di darmi settemila lire lorde al mese. Io facevo i salti di gioia, era una cifra enorme per quei tempi, era qualcosa di meraviglioso, meraviglioso... Ma poi, dopo tre anni, nel 1939, me ne andai anche da Mondadori...»

...E si dedicò sempre più al cinema. Zavattini, sarebbe mai capace di scrivere il soggetto e la sceneggiatura di un film erotico?

«A un uomo come me, convinto che mentiamo continuamente, anche quando non lo sappiamo, convinto cioè che il tipo di cultura e di civiltà nella quale viviamo da secoli non può che cumulare una serie di menzogne, a bene qualsiasi cosa che sia in contrasto con le tradizioni. Ma l'erotismo non l'ho mai fatto nei film, probabilmente per una specie di pudore. Vede, lei mi ha fatto una domanda importantissima che potrei tradurre anche in questo altro modo: ma lei ha sempre avuto il coraggio necessario? No, non ho avuto il coraggio necessario pur sentendo il bisogno di fare certe cose. Ma siamo però in tempo. Perché quando dico di voler fare un certo film, finale, non posso che desiderare di metterci dentro anche l'erotismo». E' tardi. Cesare Zavattini freme, vuole tornare a lavorare nella sua villetta bianca, bassa, con le rose rosse, ai Colli di Cicerone vicino a Genzano. Là l'aspetta Quella notte che detti uno schiaffo a Mussolini e poi piansi», il libro che sta scrivendo. Poi partirà per un lungo giro di conferenze in Italia e all'estero, poi... Poi ci sarà sempre qualche nuovo miracolo della sua fantasia.
Arrivederci, «sempreverde Za'».