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Cesare Zavattini racconta la "Grande Avventura" della sua vita
Giornalista,
scrittore, pittore, soggettista e sceneggiatore dei film più famosi di
Vittorio De Sica, Zavattini è uno dei protagonisti della nostra vita
culturale. Oggi, a settantadue anni, mentre sta scrivendo un altro libro
(ha come titolo: «Quella notte che ho dato uno schiaffo a Mussolini e
dopo piansi»), ha accettato di raccontare la sua favolosa vicenda umana
e artistica. In questa prima parte della sua «confessione»,
incontreremo un giovane istitutore del Collegio Maria Luigia di Parma,
innamorato delle comiche di Charlot. inutile dire che si tratta di
Cesare Zavattini. Accompagnati da lui faremo altri incontri
sorprendenti: Picasso, Nasser, Fidel Castro... Ma non anticipiamo
troppo: rischieremo di guastarci il piacere delle sorprese in questo
viaggio nel mondo dell'arte, della pittura, della politica e del cinema. «Sul tavolo di
lavoro ho pochi oggetti: il calamaio, la penna, alcuni fogli di carta,
la mia fotografia. Che fronte spaziosa! Cosa mai diventerà questo bel
giovane? Ministro, re? Lo
vuole raccontare? «Dunque,
io a Parma tutte le volte che c'era una comica di Charlot volevo andare
a vederla. Ma era un grosso problema per via degli orari. Infatti gli
istitutori avevano il permesso di uscire soprattutto la mattina quando i
cinematografi erano chiusi. Allora la domenica, quando portavo fuori i
ragazzi del collegio per la passeggiata facevo una cosa che penso non
abbia mai fatto nessuno, cioè portavo i ragazzi al cinema e tutti a mie
spese. Sì, siccome loro mi ricattavano dicendo "no, a noi non
interessano questi film, non vogliamo venire" io ho pagato più di
una volta i loro biglietti pur di vedere Charlot».
Ogni
domenica spendeva tutto il suo stipendio... «In
quel periodo guadagnavo abbastanza bene. Lo sa perché? Davo delle
ripetizioni private. Ero infatti molto bravo a insegnare l'analisi
logica. Avevo capito che era fondamentale per imparare il latino e
allora tutti i ragazzi che frequentavano la prima ginnasiale venivano da
me. Certo, ero povero, ero in condizioni tutt'altro che agiate eppoi non
avevo alle spalle una famiglia che stava bene, senza problemi. Però la
mia passione per Charlot fu tale che non era un problema pagare il
biglietto del cinema a tutti i ragazzi che erano con me. Debbo dire che
erano piuttosto sinceri quando affermavano che non amavano quei film.
Cioè, non è vero che Charlot ebbe un successo clamoroso in quegli
anni. Non è vero. C'era ancora in Italia una certa difficoltà a
comprendere il suo tipo di humour. Lo dimostra un altro episodio che ora
le racconto. Io al mio paese, a Luzzara, dove non avevano mai visto una
comica di Charlot, ottenni da proprietario del cinema, mi pare che si
chiamasse Dini, che proiettasse nientemeno che "La febbre
dell'oro". Ebbene, debbo dire che fu un insuccesso non comune.
Eravamo intorno al 1929». Poi
trascorsero molti anni, Charlot divenne popolare in tutto il mondo,
anche a Luzzara, e un giorno lei ha avuto l'occasione d'incontrarlo, di
conoscerlo... Allora,
quando facevo l'istitutore, non avrei mai immaginato che questo uomo lo
avrei ricevuto io a Roma, parlandogli a nome di tutto il cinema
italiano. Questo proprio, anche la più sfrenata fantasia, vanità, non
ci sarebbe arrivata a immaginarlo. L'incontro avvenne al Centro
Sperimentale di Cinematografia e io detti il benvenuto a Charlot con un
breve discorso. Ricordo che là, con questo foglio che mi tremava
veramente in mani, cercai di dire in poche parole che, finché c'era
Charlot, c'era la speranza che tante cose nuove potessero succedere nel
mondo e dicevo anche che il cinema stava lottando, lottava per
raggiungere la verità e allora lui mi interruppe e mi corresse. Disse:
"Non è solo la verità che deve raggiungere ma è la
bellezza". Bello, no? Poi la sera ci fu un grande pranzo al Grand
Hotel. C'era tutta la cinematografia italiana, e quando fu il momento
del congedo lui si mise davanti alla porta e stringeva la mano a tutti
man mano che uscivano. Io, come gli altri, dovevo passare di là e fui
preso da una specie di paura. Vede, nella mia vita ricorre spesso la
timidezza, io sono timido, ma in fondo non lo sa nessuno, non ci
vogliono credere. E lo sa che cosa feci? Cercai un'altra uscita ma non
c'era e bisognava per forza passare di lì, da quella grande porta a
vetri. Allora uscii in fretta, cercai di fuggire. C'ero quasi riuscito
quando venni richiamato indietro. Confuso, tornai indietro, strinsi
forsennatamente la mano a Charlot, lui mi disse alcune parole ma ero così
imbarazzato che non capii niente, anch'io balbettai qualcosa e poi, via,
scappai di nuovo. Capisce? Per me Charlot era troppo grande, era un mito». Ma
questa fuga, Zavattini, non è un po' troppo cinematografica? Insomma,
non l'ha inventata? «No,
assolutamente no. Mi è capitato spesso di fuggire da un personaggio che
io avevo mitizzato. Pensi che anche la mia prima idea cinematografica,
il mio primo vagito, è stata una fuga. Gliela racconto. C'è un uomo,
è in strada e ad un certo punto, come comprendendo che nell'apparente
quiete dei rapporti umani c'è invece dell'ostilità, comincia a
scappare. E la gente lo insegue. Non c'è un motivo, vede uno che
scappa, e lo insegue, diventa addirittura una caccia all'uomo. Corrono,
corrono, poi lui entra in un vicolo, si ferma, si calma e quell'uomo
torna normale». Allora,
se è veramente timido, magari arrossisce davanti alla gente...
«Per
molti anni io arrossivo sempre, ero arrivato al punto di arrossire
pensando che tutti gli altri si aspettavano che arrossissi. Poi c'è
stato naturalmente un calo di questo. Diciamo che dopo i cinquant'anni
sono arrossito di meno. Io sono timido, è vero. Guardi, non lo ho mai
confessato così esplicitamente ma ormai, arrivato alla mia età... Io
sono timido anche se gli altri non ci credono, non ci hanno mai creduto
perché un uomo esuberante, che parla forte, che parla molto, che fa
tante cose, che è anche capace di essere invadente, è impossibile che
sia timido, pensano. Le racconto un episodio. A Roma, Osteria del
Gambero, un giorno entro aprendo un po' forte la porta. Cardarelli, il
poeta, era seduto ad un tavolo e ha detto a un mio amico che o facevo
degli "ingressi trionfali". Pensi un po'. Io, che prima di
entrare da solo in un ristorante ero capace di passare davanti
all'ingresso due o tre volte e poi di non frane niente. Quando vivevo a
Milano, delle sere ho evitato di andare a raggiungere gli amici che mi
aspettavano al Savini soltanto per il fatto che dovevo attraversare da
solo un pezzo del ristorante. Non ci andavo, inventando poi a me stesso
e agli altri mille scuse. In fondo, se un giorno ho cominciato a
dipingere è stato per vincere la timidezza».
In
che senso? «La
pittura la consideravo un regno proibito, proibito per me al punto che
perfino il più modesto artista mi colpiva. Mentre avrei potuto fare
l'attore, il cantante, il ballerino, il corridore, l'oratore, il
pittore, no, ero convinto che non ne fossi capace e mi dispiaceva...» Allora
era come una sfida... «In
un certo senso, sì. Ma forse non sarei mai riuscito a vincerla se nel
1939 qualcuno non mi avesse regalato una scatola di acquarelli».
Perché
questo regalo? Chi glielo fece?
«Allora
io ero molto esaurito e il medico mi aveva ordinato un periodo di
riposo. Decisi di andare in un paese del bergamasco, ma prima di
partire, ero allora il direttore editoriale della Mondadori Walt Disney,
riunii i miei collaboratori per dare loro le ultime istruzioni. Mentre
parlavamo, mi divertivo a scarabocchiare qualcosa con un pennellino e
del colore. Ad un certo punto esclamai: "Mannaggia, come deve
essere bello saper dipingere!". Sarà forse stato per questa
battuta, insomma quando fu il momento di salutarci Pinonchi mi dette una
scatola di acquarelli. "Li provi" disse. "Sono sicuro che
la divertiranno, l'aiuteranno a distendere i nervi". Pinonchi era
un disegnatore che veniva dal Corriere dei Piccoli e in quella stanza
c'era anche un altro personaggio che non avrei mai immaginato che un
giorno avrei avuto alle mie dipendenze. Era uno dei grandi personaggi
della mia vita e anche del Corriere dei Piccoli: Antonio Rubino.
Vecchio, i capelli bianchi, roseo, sempre in gamba, ricordo che aveva
una voce forte ma leggermente velata. Se c'era un uomo di una modestia e
di una dignità meravigliosa era lui. Era vecchio ma aveva evidentemente
bisogno di lavorare e quindi Antonio Rubino dipingeva a colori le storie
dei personaggi di Walt Disney. Dunque, salutai tutti i miei amici e
partii. A oltre il Colle mi sistemai in una cameretta piccola, modesta.
C'era un tavolino vicino alla finestra e appoggiai lì sopra gli
acquarelli, senza dar loro quasi peso. E invece poi gliel'ho dato perché
li ho aperti, ho preso un bicchiere con l'acqua e ho cominciato a
dipingere quello che vedevo dalla finestra: un piccolo cimitero, un
cimiterino». Diventa
dunque anche un pittore affermato e così, quando viene a Roma Pablo
Picasso, lei è fra quelli che lo accolgono, che stanno con lui. Vuole
raccontare quell'incontro?
«Il
mio primo contatto con lui è avvenuto in casa di Renato Guttuso.
Eravamo in cinque o sei persone, tutte riunite intorno a Picasso e la
caratteristica dominante di questo ricordo è che non ho aperto bocca,
non ho detto una sillaba. Ma a perché? Guttuso e Cagli, ad esempio,
erano alla sua altezza come conoscenze critiche mentre io, invece, di
pittura non potevo parlare, ero un autodidatta, eppoi in quel momento mi
ricordavo di tutto fuorché di essere un pittore. Dalla casa di Guttuso
andammo poi a fare una passeggiata. Durante questa camminata Picasso
fece una cosa divertentissima. Lo sa che fece? Finse di prendere una
bicicletta che era appoggiata a un muro: era una maniera gentile per
ricordare il mio film «Ladri di biciclette». Ci fu un grande pranzo in
un famoso ristorante. Ricordo che il posto era lontano, molto lontano da
Picasso e desideravo invece andargli vicino. Ma alla fine ci riuscii e
ricordo che ero proprio accanto a lui. Ero felice. Felice anche perché
avevo in animo di chiedergli se mi faceva un quadrettino per la mia
collezione. Stavo per chiederglielo quando Paola Masino, una cara amica
e una narratrice importante, si avvicinò a noi due e, dandomi degli
scapaccioni affettuosi, disse a Picasso: "Guardi che questo qua è
uno ricchissimo, sa? Se le domanda qualcosa tenga presente che è
ricchissimo questo signore". Paola aveva intuito che io volevo
chiedergli un quadretto ma rovinò tutto con la sua uscita, mi bloccò.
Picasso non rispose, si limitò a sorridere e intanto lui disegnava
dietro un foglio, non ricordo bene se era il menu. Disegnava una
ciociara. E a questo punto avvenne una cosa che vorrei essere bravo a
descrivere. C'erano quaranta persone a quel pranzo e tutte, vedendo che
Picasso disegnava, si ponevano mentalmente la stessa domanda: "Che
cosa ne farà poi del disegno?". Si capiva che c'era nella
conversazione come un calo, una tonalità più sotto, come per tenere
d'occhio questo disegno. Ebbene, improvvisamente un critico, di cui io
conosco il nome e il cognome ma non glielo dico perché temo di fargli
dispiacere, si alzò, si avvicinò a Picasso proprio mentre lui
tracciava sul foglio l'ultimo segno, piombò proprio nel momento in cui
il disegno doveva andare a qualcuno. Capisce? A chi l'avrebbe dato?
Magari ad un cameriere, era un uomo da poterlo fare. E invece questo
critico, che è un uomo illustre, un illustre saggista, dette come
avvenuto che questo disegno dal tavolo dovesse passare nelle sue mani
come una colomba. È andata. Un momento di silenzio e il miracolo è
avvenuto. Un disegno di Picasso era passato così nelle mani di uno dei
quaranta invitati e allora, per reazione, tutti a parlare più forte ma
in realtà erano quaranta sconfitti. Una cosa così favolosa come avere
un Picasso gratuitamente si è svolta così, in un modo semplice, per la
tempestività, non calcolata, del critico mentre tutti erano in agguato.
E direi che fu geniale alzandosi e avvicinandosi al momento giusto perché
battè tutti, proprio tutti».
CESARE
ZAVATTINI RACCONTA LA "GRANDE AVVENTURA" DELLA SUA VITA -
Seconda Puntata «...I dolci del Quirinale finirono
«Lei pensi che
il medico mi ha ordinato di non parlare e in vece sono qui che non
riesco a stare zitto. Mannaggia... Ricordo che il giorno in cui mi fece
questa raccomandazione poco dopo venne a trovarmi un amico e parlai
ininterrottamente per dieci ore. Pensi un po'?!» Disubbidire è quasi
una vocazione per cesare Zavattini. Infatti, la vita di «sempreverde Za!»,
come lo hanno definito alcuni amici, è punteggiata di fatti,
atteggiamenti, iniziative fuori della norma. Delle vere e proprie
disubbidienze all'ordine «naturale» e talvolta logico delle cose perché
Cesare Zavattini ha sempre fatto quello che il suo carattere - è un
uomo irruente e istintivo - ha ritenuto giusto, senza preoccuparsi delle
convenzioni, senza temere gli errori. «Ah, ne ho fatti, ne ho fatti...»,
dice. «Anch'io ne ho commessi molti di errori però, vede, non cambio
mai una virgola delle cose che faccio... Mai!! Mentre invece noi
italiani siamo specialisti in questo... non è la verità che conta in
Italia ma il modo con cui viene detta la menzogna». Ma i momenti
dell'amarezza hanno una durata breve in Cesare Zavattini. Per un attimo,
quasi in un lampo, il suo volto assume un'espressione cupa, pensosa, poi
ecco un sorriso improvviso, negli occhi gli ritorna la gioia: è
scoccata un'altra scintilla nella sua memoria... «Lo stesso entusiasmo,
la stessa gioia che provai quando scoprii i film di Charlot, l'avevo
sentita prima quando andavo a vedere il "varieté"», racconta
Cesare Zavattini. «Ricordo che nel 1917 ero a Roma e andavo sempre al
"varieté, anche tre volte al giorno, a tutti gli spettacoli. In
quel periodo era una passione veramente smodata la mia e ricordo che ci
volevano sempre molti soldi. Ma avevo trovato un'alleata preziosa in mia
madre che sottraeva i soldi dalla cassa familiare per finanziarmi e
allora, quando si succedevano sul palcoscenico gli idoli, io ero sempre
lì ad applaudirli». Chi
erano i suoi preferiti? «C'era
Viviani, ma soprattutto Ettore Petrolini che io adoravo. Vede, ho fatto
in tempo a vivere la fase innocente, la fase della pura ammirazione
verso dei miti e poi la sorte ha voluto che li conoscessi questi
personaggi, in una maniera che neppure la mia immaginazione, e ne sono
provvisto, poteva prevedere».
Ettore
Petrolini quando lo ha incontrato? «Esattamente
venti anni dopo, faccia conto che si fosse intorno al 1935. Io mi
occupavo dell'Almanacco Letterario Bompiani e proprio quell'anno venne
pubblicato lì sopra qualcosa di critico su Petrolini. Seppi che lui si
era molto offeso di questo e ne fui dispiaciuto. Allora pensai di
andarlo a trovare, volevo incontrare Petrolini per spiegargli che quanto
era stato pubblicato non voleva essere un attacco contro di lui ma
semplicemente un contributo critico. Ebbene, ottenni un appuntamento e
andai da lui. Quando arrivai a casa sua era un momento veramente
drammatico. Ettore Petrolini aveva appena avuto un improvviso attacco di
angina pectoris ma non volle che andassi via, mi disse di aspettare e,
nonostante tutto, più tardi, volle parlarmi. Ricorderò sempre
quest'uomo offeso, disteso su un sofà che mi parlava mentre invece sua
moglie gli diceva di stare zitto, di riposare. Io ero ridotto a uno
straccio mentre difendevo lo spirito dell'Almanacco Letterario, mentre
cercavo di convincerlo che non si era voluto offenderlo, proprio lui, un
uomo che idolatravo. Questo è stato uno degli incontri più
impressionanti che abbia mai avuto. Petrolini offeso, ma offeso a tal
punto a dominare il male, da non aver paura del male, da mettersi a
parlare con me invece di stare fermo e quieto». Ci
sono stati nella sua vita, Zavattini, altri incontri che non sono andati
come aveva immaginato, in cui, o per colpa sua o per altri motivi,
qualcosa è andato storto?
«E'
accaduto con Andreotti, al Quirinale, durante un gran pranzo e io gli
dissi una cosa atroce...»
Mi
racconta l'episodio? «Siamo
durante la visita di Gromiko in Italia [ndr: nel novembre 1970]. Al
Quirinale c'è un gran pranzo con Saragat, Gromiko, i ministri, i
sottosegretari e una ventina, anche meno, di grandi industriali. Da
Agnelli, a Borletti, a Ducati. Io sono seduto fra Borletti e Ducati.
Ricordo che Borletti esprimeva dei pareri ironici su questa presenza di
Gromiko al Quirinale come se fosse un segno dei tempi abbastanza
problematico. Devo dire che, contrariamente alle mie abitudini, non
dissi niente mentre Ducati sviò il discorso su temi innocui. Ricordo il
gelato, anche. Siccome mio padre era un bravo gelatiere fin
dall'infanzia sono cresciuto esigentissimo in fatto di gelati e devo
dire che, benché il resto fosse buono ma normale, i gelati erano
veramente superbi. Avrei voluto dire al cameriere di darmene un altro o
addirittura prendermi quello di Ducati che ne aveva lasciato metà ma,
insomma, certe cose non si possono fare. Non era la prima volta che ero
al Quirinale, c'ero già stato in occasione del famoso due giugno e ci
avevo portato anche mia madre, là, in questo grande prato...»
Vive
ancora sua madre? «Sì
e ha novantatré anni, pensi un po'... Ricordo che a mia madre offrirono
dei dolci e lei disse: "Non li mangio ora, li metto nella
borsetta". Lo stava per fare veramente e allora io cacciai una
specie di urlo. "No!", gridai. E aggiunsi subito: "Mamma,
se ti vedono che metti i dolci nella borsetta...". "Ma io non
li mangio ora eppoi sono miei", replicò. "No, non farlo per
amor di Dio", la pregai. Insomma, mia madre è molto più
disinvolta di me, questa donna vecchissima, questa donna che ha un
passato di casalinga, di cuoca, di lavoratrice. Era assolutamente a suo
agio in quell'ambiente e al mio no, che ha fatto voltare qualcuno, lei
ha finito per obbedire al figlio autorevole... Ma a parte quel
ricevimento io non avevo mai mangiato al Quirinale, in quello che per
noi era ancora il palazzo del re».
Come
mai era stato inviato a quel pranzo con Gromiko? «Perché
ero uno dei quattro presidenti dell'Associazione Italia-Urss Gli altri
erano Guttuso, Busoni, Barbieri. Ricordo che dietro le spalle di Gromiko
e di Saragat c'era un personaggio seduto che non mangiava. Quando
compresi che si trattava dell'interprete mi venne in mente una cosa.
Pensai di fare una storiella in cui un interprete traduce tutto il
contrario di quello che i personaggi dicono e... fu così che scoppiò
una guerra. Probabilmente, non è da escludersi che qualche guerra sia
stata fatta scoppiare in questa maniera... Dunque, finito il pranzo,
tutti si trasferiscono nelle salette adiacenti, anch'io stavo per fare
lo stesso quando Andreotti mi chiamò. Ci siamo salutati subito, molto
cordialmente perché non era la prima volta che c'incontravamo. L'avevo
incrociato nel guardaroba del Grand Hotel in occasione della cena in
onore di Charlot eppoi io avevo chiesto una volta un favore ad Andreotti
e lui me lo aveva fatto».
Quale
favore? «Gli
avevo chiesto di fare una strada. Adesso non ricordo bene ma la sostanza
è che riuscii a fargli fare una strada per un paesino di montagna,
Cerreto Alpi, e quindi i miei rapporti con Andreotti erano buoni anche
se non avevamo mai veramente parlato insieme».
E
quel giorno che cosa vi siete detti?
«Ebbene,
mi chiama, stretta di mano, sorriso reciproco, ricordo probabilmente
fulmineo della strada e poi dico: "Senta, Andreotti devo dirle una
cosa. Bisogna che gliela dica, guardi che non intendo offenderla ma
gliela devo dire. Lei ha voluto sgarrettare il cinema italiano e c'è
riuscito!". Mi fermo, forse ho aggiunto qualcosa per illustrare il
mio punto di vista ma proprio in quel momento sono entrati in scena
Busoni e Barbieri che hanno chiesto qualcosa ad Andreotti e lui ha
risposto cordiale. Ma io li ho addirittura interrotti dicendo:
"Scusate vi lascio, devo andare!" Li ho salutati, ho voltato
le spalle e ho infilato il lungo corridoio facendo appena in tempo a
vedere Fanfani che parlava animatamente nel vano di una finestra e
Guttuso quasi portato via di peso in un salottino dove veniva servito il
caffè, dal presidente Saragat. Dopo pochi secondi ero nel grande
scalone con i corazzieri immobili quasi come statue e io solo,
assolutamente solo e già in fermento e, devo dire, scontento di me.
Passa qualche tempo e un giorno Andreotti mi manda un suo libretto, uno
dei suoi volumetti calibrati, scritti anche con sapienza. "Ecco
l'occasione per sistemare quella pendenza", pensai. Lessi il libro
e gli scrissi una lettera in cui, tra l'altro, mi scusavo di
quell'assalto al Quirinale e del modo brusco con cui mi ero congedato ma
senza rinnegare una parola di quello che gli avevo detto».
Che
cosa aveva fatto Andreotti contro il cinema italiano? «Andreotti
aveva capito benissimo che cosa il cinema italiano avrebbe potuto
rappresentare se si fosse sviluppato di pari passo con tutti gli
obiettivi della Resistenza, come un modo nuovo di concepire la realtà
italiana. Quando i politici si accorsero che il naturale sviluppo del
cinema italiano era in contrasto con la visione politica di chi deteneva
il potere cominciarono a contrastarlo. Andreotti non ha inventato la
lotta al cinema italiano, ma l'ha fatta perché la politica dominante
era automaticamente contro questo cinema. Si potrebbe dire che Andreotti
aveva una tale autorità che intervenne anche quando non aveva uno
specifico incarico nel settore».
Mi
può fare degli esempi concreti di questa lotta contro un certo tipo di
cinema italiano? «Le
cito il caso di un mio soggetto. Si intitolava "Lo schiaffo" e
venne bloccato perché semplicemente c'era un cameriere che seguiva il
proprio padrone per dargli uno schiaffo e prospettava, in un certo
senso, la lotta di classe. Fu una cose che mi fece venire in mente un
altro mio soggetto che era stato bloccato sotto il fascismo. Allora mi
avevano proibito di realizzarlo perché alla fine un padrone, dopo
averlo sfruttato, licenziava un suo operaio. Pensi, era un film che
avrei dovuto girare con De Sica, si sarebbe intitolato "Diamo a
tutti un cavallo a dondolo". Dunque, anche dopo la guerra, il
vecchio regime prendeva delle rivalse attraverso la burocrazia che era
sempre quella fascista e chi aveva in mano il potere la lasciava fare
perché in fondo questo zelo non infastidiva della gente che aveva già
virato di bordo». CESARE
ZAVATTINI RACCONTA LA "GRANDE AVVENTURA" DELLA SUA VITA -
Terza Puntata «Io e Fidel Castro in un ristorante
Sembra una
casetta disegnata dalla sua fantasia. Piccola, bassa, bianca, l'alta
siepe che la circonda, il giardino con le rose rosse che lui ama tanto,
e quel terrazzo che dà su una vallata fitta di vigneti, quasi il «palco
reale» per assistere allo spettacolo più bello della natura: il
tramonto. Cesare Zavattini lo mostra con orgoglio. Nei pochi minuti in
cui osserviamo, in silenzio, la grande palla di fuoco che scompare
dietro le colline, sul suo volto c'è tutto lo stesso stupore dei «suoi
poveri» che in «Miracolo a Milano» - li ricordate? - assistevano al
tramonto dal loro villaggio di baracche. UN
FILM «Ora
ho voglia di fare dei ritratti», rivela. Sogna anche di realizzare un
desiderio che ha da tanto tempo: imparare a suonare il pianoforte. «Ne
ho acquistato uno, recentemente. Lo tengo nella mia casa di Luzzara»,
racconta Cesare Zavattini. «Io non so farci niente ma, dico, mi metto lì
davanti al pianoforte, con le mani alzate sui tasti, a mezz'aria e
aspetto. Spero che mi succeda come quelli che la sera vanno a letto e la
mattina si svegliano che sanno parlare il sanscrito, cioè spero,
improvvisamente, di cominciare a battere sui tasti e saper suonare.
Sarebbe bello, no?». Lo
girò quel film? «No,
non lo feci. Ho perso un'occasione che non si sarebbe più ripresentata
è il mio rimpianto. Per girarlo sarei dovuto restare a Cuba molti mesi
e io allora dovevo rientrare a Roma perché avevo già un impegno con De
Sica e Ponti che era la riduzione cinematografica de "La ciociara"
di Alberto Moravia. Pensi un po' il caso. La Ciociaria con questo film
entrava ancora una volta nella mia vita. o, à, ad Alatri, avevo fatto
tre anni di liceo, sempre là, a Boville Ernica, mi ero rifugiato con la
famiglia durante la guerra, nella "Ciociaria colore di
prugna...", come ha scritto quel grande poeta ciociaro e mio grande
amico che è Libero De Libero. Anzi, ricordo di aver visto proprio
Moravia nel pieno della guerra, alla stazione Termini, quando un giorno,
malinconicamente, in mezzo a tutti i guai, nel cuore dei disastri
romani, partiva insieme con Elsa Morante per il suo esilio in Ciociaria.
Quel giorno non lo salutai, non ci si salutava allora, avevamo tutti dei
problemi». Parliamo
ancora di Fidel Castro, Zavattini. Lei lo ha visto, lo ha incontrato, lo
ha conosciuto... «La
prima volta che l'ho visto è stato appunto a quel processo che è
durato ore ed ore, subito dopo il mio arrivo all'Avana. Si svolgeva in
un cinematografo. Sul palcoscenico c'era il tribunale ed è arrivato
Fidel Castro a testimoniare, grande, imponente. Per dodici ore, credo,
è rimasto lì, sul palcoscenico, quasi quanto ho voluto io. Pareva che
la sorte volesse convincere me, un piccolo borghese della bassa padana,
e dirmi "ma guarda che è vero". Quel giorno non l'ho
conosciuto, non ci ho parlato, ma l'ho potuto osservare come al
rallentatore in questa forma di eroe e di giustiziere. Poi, dopo il
processo, l'ho rivisto quasi subito. E' stato in grande pranzo, quasi
natalizio, in un albergo. C'erano cento persone e io ero nello stesso
tavolo di Fidel Castro, ma ero sempre nella fase dello stupore, anche se
lui non faceva niente per meravigliare gli altri, e ricordo che per
tutta quella sera ho sempre taciuto. Passa qualche tempo e una notte,
all'Avana, l'ho rivisto. C'era un capannello di gente in strada dal
quale usciva del fumo: era quello del sigaro di Fidel Castro, lui fuma
molto. Ma non ho avuto il coraggio di avvicinarmi. Mi sono fermato e
l'ho osservato mentre parlava con questa gente, una ventina di persone.
Chiacchieravano tranquillamente delle loro cose e poi, ad un certo
punto, zac...via! E andato via in automobile. Ma alla vigilia della mia
partenza da Cuba l'ho trovato di notte in un ristorante e sono stato con
lui a mangiare, a tavola, due o tre ore con lui, con un eroe».
Questa
volta ha allora avuto il coraggio di parlare con Fidel Castro...
«Sì.
Ricordo che con Fidel Castro c'erano due persone. Uno era il fratello
Raoul e l'altro un ministro. Lui era a capotavola e io sedevo al suo
fianco, con le spalle rivolte verso il muro. Mi colpì il fatto che
Fidel Castro ricordava dell'Italia Giovanni Papini. Lui era stato a
scuola anche in un collegio di gesuiti e aveva studiato la letteratura
italiana, ma naturalmente in un certo modo... Il Papini che conosceva
era l'autore della "Storia di Cristo" mentre gli dissi che per
me Papini era l'autore di "Un uomo finito" che avevo letto da
ragazzo e che mi aveva profondamente colpito. Ricordo che Fidel Castro
mangiava molto volentieri elle ostriche e che ad un certo punto lui e
suo fratello s'ingolfarono in una discussione su una questione che in
quei giorni era molto importante. Non ricordo esattamente che cosa, ma
faccia conto che era uno dei momenti della tensione con l'America. Direi
che era una cena dove, nonostante l'ospite, Fidel badava agli affari
suoi». LA
CASA «Tutto
comunque si svolse con semplicità, in un ristorante, dove c'era altra
gente, altri tavoli affollati e ogni cosa si svolgeva in maniera
tranquilla. quindi, tutto questo mi permetteva di liberarmi dal mito per
lui. Non era facile perché io, durante la mia infanzia, la mia
giovinezza, non ho fatto altro che crescere nell'eroe: prima ero stato
Sandokan, quello di Salgari, quindi l'eroe dei polizieschi, Pinkerton, e
ora c'era lui, l'eroe della politica. Avrei voluto chiedere a Castro se
aveva conosciuto Hemingway. Sa; aveva una casa a Cuba, ma me ne
dimenticai. Così parlammo di una cosa che era ingenua da parte mia.
Volevo che facesse un viaggio in Italia. Tutto questo era persino
inopportuno perché quello non era il momento politico migliore per
pensare che potesse venire... Pensi un po'?! Certe volte faccio delle
cose che poi non so neppure io perché le faccio. Mannaggia! Come quando
andai in Egitto...». Che
cosa combinò allora? «Sono
in Egitto chiamato per un grosso progetto cinematografico sul Nilo. Mi
danno un aereo, nientedimeno che un aereo tutto a mia disposizione, vado
a vedere le cascate e quella sera mi aspetta Nasser, alle otto precise.
Ma io incontro per caso alle cascate il maestro Lavagnino. Lui era molto
stanco e doveva proseguire per Luxor. Allora gli dico: "Ti
accompagno con il mio aereo!". Siamo andati a Luxor e ho fatto
tardi all'appuntamento, me ne ero completamente dimenticato. L'indomani
mattina dovevo rientrare in Italia e non ho potuto fare altro che una
telefonata di scuse. Ha capito? Nasser ha aspettato me. Invano»..
CESARE
ZAVATTINI RACCONTA «Ero un giornalista strapagato: Non
sorridete, erano i tempi n cui gli italiani cantavano «Se potessi avere
mille lire al mese». In questa ultima puntata incontriamo altri
personaggi prestigiosi del mondo della cultura (René Clair, Giorgio
Strehler, gli editori Bompiani, Rizzoli e Mondadori) ma soprattutto
possiamo conoscere fino in fondo il personaggio di «sempreverde Za'»
che ci ha accompagnato in questo viaggio appassionante. Lo è stato
anche per voi? .
NELLA
STANZA «Venga con me», dice alzandosi di scatto alla poltrona
di pelle marrone. «Le voglio far vedere una cosa». Cesare Zavattini
percorre velocemente un lungo corridoio, apre una porta sul fondo ed
eccoci in una stanza piccola, rettangolare, tutta scaffalature alle
pareti. Qui dentro c'è il suo «tesoro». In gonfie buste color giallo
paglierino, in grossi volumi di appunti è raccolta un po' tutta la sua
attività letteraria. «Io non so perché ho cominciato a scrivere», si
chiede Cesare Zavattini guardandosi intorno. «Non avevo alcuna
direttiva di marcia e non l'ambizione. Perché, vede, un uomo non è che
dica: "Voglio diventare un grande scrittore". Un uomo si muove
pensando semplicemente di fare qualcosa d'importante. Il mio era il caso
di una persona che aveva delle energie e che avrebbe voluto esprimerle
in maniera vittoriosa. Però debbo dire che non ho mai piegato le
ginocchia! Questo è importantissimo per me perché, a settantadue anni
compiuti, posso affermare che non ho mai fatto dei compromessi, che ho
seguito cioè in ogni caso il mio istinto di scrittore senza cercare mai
il successo». LA
SUA MEDICINA Una
tristezza che, nonostante i suoi sforzi, riemerge quando mostra un
piccolo block-notes assumendo l'espressione soddisfatta e ironica di chi
ancora una volta l'ha fatta in barba a qualcuno. In quelle paginette,
zeppe di appunti e di disegni, riempite di nascosto dai medici, ha
raccolto la storia delle sue idee durante la luna esperienza in clinica
di alcuni mesi fa. Un disegno, fra tutti, è il più emblematico dello
stato d'animo di allora. Poco prima di entrare in sala operatoria aveva
visto dalla finestra ella camera una gru al lavoro in un cantiere
vicino. L'aveva disegnata subito, ma aggiungendoci un omino che pendeva,
impiccato, da quel marchingegno d'acciaio. Quello
delle conferenze è un aspetto abbastanza inedito della sua attività.
Tra i tanti discorsi che ha tenuto c'è qualcuno che ricorda
particolarmente? «Sì,
a Parigi, quando parlai in una grande manifestazione. C'erano tutti i
cineasti, pensi, e feci il mio discorso in un francese che non so.
Parlai adagio, mescolai anche un po' d'italiano ma riuscirono ugualmente
a capirmi. Ricordo che parlai del "cinema utile" e che osai
fare piazza pulita di tanto cinema, compreso quello di René Clair». E
l'interessato come reagì?
«Allora
non avrei mai immaginato che proprio lui, un personaggio che ho ammirato
molto, un giorno avrebbe bussato alla mia porta, proprio qui in via
Angelo Merici, per chiedere il mio parere su un copione. E quella fu una
cosa meravigliosa perché io ho sempre saputo ammirare gli altri». Conferenziere,
scrittore, poeta, soggettista e sceneggiatore cinematografico, pittore,
ma l'elencazione delle sue molteplici attività non è finita quei,
Cesare Zavattini. C'è stato un momento della sua vita in cui faceva
soprattutto il giornalista. Erano gli anni Trenta... «Io
ho delle cose un po' favolose nella mia vita o almeno le considero come
tali. E come giornalista mi è successa una di queste. Si tratta di un
fatto che non ho mai raccontato a nessuno, è assolutamente inedito. Cioè
lei pensi che nel 1933, come giornalista, guadagnavo addirittura
duemilacinquecento lire al mese! Lavoravo da Rizzoli da cinque anni e
che cosa facevo? Dirigevo tre o quattro giornali, avevo avviato la
collana degli scrittori giovani inaugurandola con Carlo Bernari e stavo
preparando il giornale umoristico che sarebbe stato il padre del
"Bertoldo". Umoristi come Carlo Manzoni e Giovanni Guareschi
me li ero allevati io. Dunque, mancava un mese all'uscita del giornale
quando volli regolarizzare la mia posizione. Infatti non ero ancora
iscritto al sindacato dei giornalisti e francamente non era giusto. Per
farlo, ci voleva il visto della casa editrice che in genere stentava a
darlo. Io lo chiesi a Carlo Ravasio che però me lo dette subito. E
allora arrivò quella mattina che non dimenticherò mai. Io sto per
partire per Roma quando incontro l'editore sul pianerottolo delle scale. Lei
che cosa fece? Accettò? «Si
era già diffusa la notizia che la mattina dopo a Milano ci sarebbe
stata una bomba in campo editoriale. E la bomba ci fu perché dissi di
no. Non
se ne pentì? «Diciamo
la verità, fu uno sbaglio il mio perché non dovevo dare una risposta
subito. Un altro avrebbe chiesto ventiquattro ore per riflettere...
Insomma, feci così e quella notte telefonai a Valentino Bompiani,
l'editore dei miei libri oltre che carissimo amico, e gli raccontai
tutto. Lui avvertì Mondadori che si trovava a Roma e la mattina dopo, a
mezzogiorno ricevetti una telefonata da Arnoldo Mondadori in persona.
"Zavattini, ho saputo quello che ha fatto", mi disse.
"Voglio rassicurarla che non perderà nulla. La ringrazio molto e
il suo gesto non lo dimenticherò più".». Ottenne
allora, nel 1936, quel favoloso stipendio di settemila lire al mese da
Mondadori? «Sì.
Qualche mese dopo ci fu una grande riunione all'Excelsior di Roma e là
Arnoldo Mondadori decise di darmi settemila lire lorde al mese. Io
facevo i salti di gioia, era una cifra enorme per quei tempi, era
qualcosa di meraviglioso, meraviglioso... Ma poi, dopo tre anni, nel
1939, me ne andai anche da Mondadori...»
...E
si dedicò sempre più al cinema. Zavattini, sarebbe mai capace di
scrivere il soggetto e la sceneggiatura di un film erotico? «A
un uomo come me, convinto che mentiamo continuamente, anche quando non
lo sappiamo, convinto cioè che il tipo di cultura e di civiltà nella
quale viviamo da secoli non può che cumulare una serie di menzogne, a
bene qualsiasi cosa che sia in contrasto con le tradizioni. Ma
l'erotismo non l'ho mai fatto nei film, probabilmente per una specie di
pudore. Vede, lei mi ha fatto una domanda importantissima che potrei
tradurre anche in questo altro modo: ma lei ha sempre avuto il coraggio
necessario? No, non ho avuto il coraggio necessario pur sentendo il
bisogno di fare certe cose. Ma siamo però in tempo. Perché quando dico
di voler fare un certo film, finale, non posso che desiderare di
metterci dentro anche l'erotismo». E' tardi. Cesare Zavattini freme,
vuole tornare a lavorare nella sua villetta bianca, bassa, con le rose
rosse, ai Colli di Cicerone vicino a Genzano. Là l'aspetta Quella notte
che detti uno schiaffo a Mussolini e poi piansi», il libro che sta
scrivendo. Poi partirà per un lungo giro di conferenze in Italia e
all'estero, poi... Poi ci sarà sempre qualche nuovo miracolo della sua
fantasia.
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