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Per
la prima volta l’Italia, grazie al Governo di centrosinistra, assume
posizioni di “equidistanza” nella questione palestinese, cioè abbandona
la causa palestinese, astenendosi alle Nazioni Unite su una condanna ad
Israele al mero rispetto delle risoluzioni ONU del 1967, che pure – in
teoria – costituiscono la base del “processo di pace”. Le forze
politiche responsabili di questa vergognosa svolta in politica estera, sono
le stesse che hanno guidato l’Italia nella guerra contro la Jugoslavia. Già
l’anno scorso, durante quella guerra, i DS, i Verdi ed i cossuttiani del
PDCI avevano partecipato alla Marcia della pace Perugina-Assisi, marcia
straordinaria caratterizzata dall’appello “Cessate il fuoco” rivolto
proprio al governo di cui queste forze facevano parte. Un’altra
partecipazione “senza adesione politica” – potremmo dire – la si è
avuta in questo sabato 11 novembre, nella “Marcia per la Pace in Medio
Oriente”, promossa anch’essa dalla Tavola della Pace (promotrice della
marcia Perugina-Assisi). “Chiediamo
all’Italia e all’Europa di esercitare tutta la loro pressione per:
mettere fine alla violenza, alle violazioni dei diritti umani e
all’occupazione militare israeliana della Cisgiordania e di Gaza (inclusa
Gerusalemme Est)”. Così si apre l’appello della manifestazione per la
Pace in Medio Oriente. Ma evidentemente i sostenitori del Governo Italiano
non l’hanno letta. Proponiamo,
qui, per una riflessione più approfondita sulla questione palestinese, la
traduzione dell’articolo pubblicato dall’intellettuale palestinese
Edward W.Said sulla rivista americana The Nation il 30 ottobre 2000. La fine di Oslo di Edward W.Said Frainteso e
privo di forze sin dall’inizio, il processo di pace iniziato ad Oslo è
entrato nella sua fase terminale caratterizzata da uno scontro violento, la
enorme repressione di massa di Israele, l’esplosione della rivolta
palestinese e la perdita di molte vite, principalmente palestinesi. La
visita di Ariel Sharon del 28 settembre ad Haram al Sharif (la “spianata
delle Moschee” n.d.r.), non avrebbe potuto aver luogo senza il concorso di
Barak; come altro Sharon avrebbe potuto presentarsi con una scorta di almeno
2000 militari? Il tasso di consenso di Barak dopo la vista è salito dal 20
al 50 %, e la scena sembra pronta per un governo di unità nazionale che si
preannuncia ancora più violento e repressivo. Le ragioni di
questo disordine, comunque, erano lì sin dall’inizio del 1993, come
sottolineai nel mio articolo del 20 settembre del 1993 su The nation. Sia i
leadr del partito Laburista che del Likud non hanno mai nascosto il fatto
che il trattato di Oslo fu preparato allo scopo di segregare i palestinesi
in enclavi non contigue ed economicamente non comunicanti, circondate da
confini controllati da Israele, con insediamenti e strade di collegamento
che sistematicamente violavano alle radici l’integrità dei
“territori”. Le espropriazioni e le demolizìoni delle case hanno
proceduto inesorabilmente durante le amministrazioni di Rabin, Peres,
Netanyau e Barak, insieme alla espansione e moltiplicazione degli
insediamenti israeliani (200.000 ebrei israeliani si sono aggiunti a
Gerusalemme, altri 200.000 a Gaza e nel West Bank), mentre l’occupazione
militare procedeve ed ogni piccolo passo verso una sovranità palestinese
– compresi gli accordi caratterizzati da una gradualità concordata – è
stato messo da parte, ritardato e infine cancellato per volontà di Israele. Il metodo
seguito era politicamente e strategicamente assurdo. La parte di Gerusalemme
Est, occupata, è stata posta fuori dal controllo palestinese attraverso una
bellicosa campagna di Israele che decretava la città, intrattabilmente
divisa, off-limits per i palestinesi del West Bank e di Gaza, e che
proclamava la città come la sua “eterna ed indivisa capitale”. I
quattro milioni di profughi palestinesi – ormai si tratta del più alto
numero di profughi per un così lungo periodo nel mondo -
furono informati che era il caso di dimenticare ogni ipotesi di
ritorno alla loro terra o di risarcimento. Con il proprio regime corrotto e
repressivo, sostenuto sia dal Mossad che dalla CIA, Yasir Arafat ha
continuato a confidare nella mediazione degli USA, nonostante lo staff dei
mediatori americani fosse dominato dai rappresentanti della lobby israeliana
e da un Presidente le cui idee sul Medio Oriente denunciano una assoluta
incapacità di comprendere il mondo arabo-islamico.
Compiacenti, ma isolati ed impopolari, i leader arabi (soprattutto
l’egiziano Mubarak) hanno seguito umilmente la linea americana, e di
conseguenza hanno ulteriormente diminuito la loro già erosa credibilità
interna. Le priorità di Israele sono sempre state al primo posto. Nessun
tentativo è stato fatto per risarcire l’ingiustizia subita dai
palestinesi quando furono privati di tutto nel 1948. Dietro il processo di pace ci sono due incrollabili pregiudizi sia israeliani che americani, entrambi derivati da una originaria incomprensione della realtà. Il primo era l’ipotesi che dopo tanta repressione e violenza i palestinesi si sarebbero infine arresi ed avrebbero accettato i compromessi che infatti Arafat aveva accettato e si sarebbe così chiusa la questione palestinese, cancellando ogni responsabilità di Israele. Fu per questo che il “processo di pace” non diede alcuna attenzione alle immense perdite di terra e beni subite dai palestinesi od ai legami tra dislocazione passata e attuale assenza di uno stato, mentre una potenza nucleare con un esercito formidabile, Israele, continua a chiedere risarcimenti per il genocidio nazista. Non c’è stata ancora alcuna presa di posizione ufficiale sulle responsabilità di Israele (oggi ampiamente documentate) per la tragedia avvenuta nel 1948. Ma non si può forzare il popolo palestinese a dimenticare, soprattutto perché la realtà odierna è percepita da tutti gli arabi come una riproposizione dell’ingiustizia originale. Il secondo,
dopo 7 anni di continuo peggioramento delle condizioni economiche e sociali
per i palestinesi, è che gli israeliani ed i politici americani hanno
continuato a strombazzare i loro successi escludendo dalla trattativa le
Nazioni Unite ed altre parti interessate, piegando dei media partigiani alla
loro volontà, distorcendo l’attualità in effimere vittorie della
“pace”. Con l’intero mondo arabo in armi mentre gli elicotteri ed i
tanks israeliani demoliscono gli edifici civili dei palestinesi, con
centinaia di morti e migliaia di feriti – tra cui molti bambini – e con
l’insurrezione dei palestinesi di Israele, che si ribellano al fatto di
essere trattati come cittadini di terza classe, lo status quo sta crollando.
Isolati nelle Nazioni Unite e non amati ovunque nel mondo arabo, in quanto
incondizionati alleati di Israele, gli USA ed il loro starnazzante
Presidente possono fare ben poco per contribuire ad una soluzione. Anche i leader
israeliani e palestinesi possono fare ben poco, anche qualora raggiungessero
qualche forma di accordo temporaneo. Straordinario è stato finora il
virtuale silenzio dell’area pù pacifica del sionismo negli USA, in Europa
ed in Israele. Il massacro dei giovani palestinesi continua senza che
arrivino espressioni di sdegno per la brutalità di Israele o di solidarietà
per i palestinesi. La cosa peggiore, inoltre, è che i media statunitensi,
ampiamente finanziati dalle lobby israeliane, con i suoi commentatori,
continuino a distorcere la realtà attraverso resoconti che raccontano di
“fuoco incrociato” o di “violenza palestinese”, dimenticando il
fatto che Israele, nei “territori” è una forza di occupazione militare
e che è contro questa occupazione che combattono i palestinesi, e non
“lanciando una sfida ad Israele”, come si è espressa Madalene Albright.
Mentre gli USA celebrano la vittoria del popolo serbo su Milosevic, Clinton
contribuisce a negare che l’insorgere dei palestinesi costituisca un
analoga lotta contro l’ingiustizia. Il mio parere
è che una parte della nuova Intifada palestinese sia diretta contro
Arafat, che ha guidato il suo popolo con promesse non mantenute e che
mantiene al suo fianco una classe politica corrotta che guida l’economia
attraverso dei monopoli commerciali e con una incompetenza ed inconsistenza
notevoli. Il 60 % del bilancio dell’Autorità Nazionale Palestinese è
elargito da Arafat alla sua burocrazia e per la difesa, mentre solo il 2 %
è indirizzato alle infrastrutture. Tre anni fa i suoi “contabili”
ammisero la sparizione in un anno di circa 400 milioni di dollari. I leader
internazionali che sponsorizzano Arafat accettano tutto questo in nome del
“processo di pace”, espressione che nel lessico palestinese di oggi è
ceramente la più odiata. Un piano di pace alternativo, ed una nuova leadership, stanno
lentamente emergendo tra i palestinesi che vivono in Israele, nella West
Bank , a Gaza e tra i palestinesi della diaspora, un migliaio dei quali ha
firmato una serie di dichiarazioni di intenti che riscuote oggi un gran
seguito popolare: nessun ritorno alla linea di Oslo; nessun compromesso sul
rispetto integrale delle Risoluzioni delle Nazioni Unite (la 242, la 338 ne
la 194) sulle cui basi fu convocata La Conferenza di Madrid nel 1991;
rimozione di tutti gli insediamenti e delle strade militari; evacuazione di
tutti i territori annessi da Israele o occupati nel 1967; boicottaggio dei
prodotti israeliani. Comincia a prevalere l’idea che solo un movimento di
massa contro l’apartheid israeliano (simile a quello del Sud Africa)
funzionerà. E’ certamente sbagliato, per Barak e la Albright, ritenere
Arafat responsabile di qualcosa che egli non controlla più completamente.
Piuttosto che rifiutare di discutere queste nuove proposte i sostenitori di
Israele dovrebbero ricordare che la questione palestinese riguarda un intero
popolo, e non un leader – Arafat – che è invecchiato e screditato. In
realtà nella questione Palestina/Israele la pace può essere solo se
realizzata tra eguali, una volta terminata l’occupazione militare. Nessun
palestinese, nepuure Arafat, può davvero accettare qualcosa di meno di
questo.
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