Cari tutti,

mi sbaglio, oppure c’è un silenzio assordante nelle nostre chiese e tra i colleghi sulla terribile situazione storica in cui siamo costretti a vivere nel tempo presente a causa di follie omicide di organizzazioni terroristiche e organismi governamentali? Non mi sembra di aver ricevuto circolari o altro che c’impegnino e ci esortino a lavorare per la pace. Riconosco che è difficile essere dei pacifisti in tempo di guerra, più difficile che in tempo di cosiddetta pace. Ma tutti noi sappiamo che annunciare il regno di Dio è sempre un impegno gravoso, e carico di responsabilità. Annunciare e proclamare la pace, essere pacifisti fa parte del mandato evangelico, a meno che noi siamo tra coloro che aspettano con ansia le fine del mondo,  che s’instauri finalmente il Regno di Dio, e quindi plaudono a tutti i segni catastrofici! Non credo sia questo il nostro compito. Tutt’altro. I pacifisti credenti in Cristo, anche se soggetti degli insulti di tutti coloro che empiamente plaudono alle guerre e si fanno scudo di termini come giustizia, pace e libertà, democrazia ecc…- penso ad esseri ignobili (uso un linguaggio poco conforme a termini di pace, ma tant’è) come Giuliano Ferrara “l’apostata” e molti altri, forse anche meno ignobili, ma comunque perversi sostenitori delle tenebre che avvolgono il mondo (uso un linguaggio giovanneo) – devono incrementare, il loro impegno pacifista, totalmente pacifista, senza tergiversare, perché questo è il dovere dei discepoli di Cristo, è il compito di tutti i credenti che sottolineano la morte sulla croce di Dio in Cristo, ultimo e definitivo e vittorioso atto di guerra di Dio contro il male. L’uso improprio di “guerra giusta” non ha luogo nell’Evangelo di Gesù Cristo fatto da molti, anche cristiani, è peccato. Ai seguaci di Cristo non resta altro che denunciare la precarietà della nostra organizzazione umana, denunciare il “disordine umano” e annunciare il “disegno di Dio” (1° Assemblea Ecumenica di Amsterdam, 1948).

Un abbraccio solidale e di pace a tutti.        Gioele

P.S. Vi allego un testo di K. Barth, tratto dalla sua dogmatica che ci può aiutare a riflettere sul reale motivo delle guerre.  Vi sono tanti testi biblici che confortano e sostengono i pacifisti, oltre ad innumerevoli padri della chiesa primitiva. Poi ci sono i testi di R.Bainton, Jean Michel Hornus e molti altri…

 

Sulla guerra: K.Barth, “Dogmatica” testo francese 16. 141

 

“Si dimentica sempre, ma ora  si può esserne convinti, che nelle guerre si tratta prima di tutto – soprattutto quelle tra grandi popoli de gruppi di popoli -  di carbone e potassio, di minerale ferroso, di petrolio e di gomma, di mercati e di vie di comunicazione, di frontiere sicure e di sfere d’influenza utili come base per futuri spiegamenti di forze, in vista di un accrescimento della potenza nell’ordine economico. Quelli che vogliono aprire gli occhi possono constatare che esiste oggi un’industria dalle lontane ramificazioni e che la tecnica moderna ha possentemente sviluppato, una industria di guerra collegata ad altre industrie, ad altre tecnologie ed a commerci di ogni specie, che ha imperiosamente bisogno di conflitti periodici per smaltire il materiale a disposizione e provocare nuove domande.

 

Noi oggi lo dovremmo sapere meglio che nel passato: la posta e i motivi effettivi delle guerre sono molto meno l’uomo stesso e i suoi veri bisogni fondamentali, che la sua potenza economica; tuttavia, nelle guerre,non è l’uomo che detiene il potere, ma piuttosto è posseduto da questo potere per la sua rovina: invece di aiutarlo a vivere  e a far vivere, l’obbliga a uccidere e a farsi uccidere. La guerra rivela il disordine fondamentale che avvelena la volontà, lo sforzo e l’opera dell’uomo stesso in tempi di pace; fa apparire la sua impotenza congenita a dominare la situazione: i suoi sforzi lo conducono alla schiavitù, ancora peggio, alla sua propria distruzione, al suicidio. La guerra rende manifesta la notoria incapacità dell’uomo di vivere, un giudizio ch’egli attira su di sé già in tempo di pace. E questo ci mostra quanto sia superficiale separare il problema della guerra da quello della pace, da  ciò sorgono di conseguenza le domande: che cosa vogliamo e cosa facciamo?  Verso quale fine la vita umana è orientata e ordinata, prima che la guerra non sia bruscamente di nuovo in azione con i suoi massacri? Fin quando la cupidigia della vita ci terrà in sua mercé, la guerra sarà ancora e sempre inevitabile. Si vis pacem, para bellum! Diceva l’antica saggezza di Roma. Più saggiamente dovremmo dire: si non vis bellum, para pacem! Mettiti alla ricerca d’una migliore organizzazione della pace!…”

 

«… On oublie toujours, mais on peut maintenant se convaincre qu'il s'agit avant tout dans les guerres - surtout dans celles des grands peuples et des groupements de peuples - de charbon et de potasse, de minerai, de pétrole et de caoutchouc, de débouchés et de voies de communication, de frontières sûres et de sphères d'influence servant de base à de futurs déploiements de force, en vue d'un accroissement de puissance dans l'ordre économique. Ceux qui veulent ouvrir les yeux peuvent constater qu'il existe aujourd'hui une industrie aux lointaines ramifications et que la technique moderne a puissamment développée, une industrie de guerre reliée à d'autres industries, à d'autres techniques et à des commerces de toute espèce, qui a impérieusement besoin de conflits périodiques pour écouler le matériel à disposition et provoquer de nouvelles demandes.

 

Nous devrions le savoir aujourd'hui mieux qu'autrefois: l'enjeu et les motifs effectifs des guerres sont bien moins l'homme lui-même et ses véritables besoins vitaux, que sa puissance économique; toutefois, dans la guerre, ce n'est pas tant l'homme qui détient la puissance, mais bien plutôt cette puissance qui le possède pour sa ruine: au lieu de l'aider à vivre et à faire vivre, elle l'oblige à tuer et à se faire tuer. La guerre révèle le désordre fondamental qui empoisonne la volonté, l'effort et l'oeuvre de l'homme même en temps de paix; elle fait apparaître son impuissance congénitale à dominer la situation: ses efforts ne le mènent qu'à l'esclavage, pire encore, à sa propre destruction, au suicide. La guerre manifeste l'incapacité notoire de l'homme de vivre, le jugement qu'il attire sur soi, en temps de paix déjà. Et cela nous, montre combien il est superficiel de séparer le problème de la guerre de celui de la paix, de cette question par conséquent: que voulons-nous et que faisons- nous? Vers quel but la vie humaine est-elle orientée et ordonnée, avant que la guerre ne soit brusquement de nouveau là, avec ses tueries? Aussi longtemps que la convoitise de la vie nous tiendra à sa merci, la guerre sera encore et toujours inévitable. Si vis pacem, para bellum ! disait l'antique sagesse de Rome. Plus sagement, on devrait dire: si non vis bellum, para pacem! Mets-toi en quête d'une meilleure organisation de la paix! »

Inoltre, per chi possiede tutta la dogmatica di Barth in francese dovrebbe leggersi il § 55 dal titolo

“La protection de la vie” soprattutto dalla pag. 139 a 160 (vol. 16); e sulla non violenza, vol. 21 pag. 188 ss.